Testo e foto di Gloria Feurra

 

Alle 11.30 del domenicale atto ultimo del Salone del Mobile, le 70 brioches della Pasticceria Rovida sono andate via come il pane, di Longoni quello, e ancora abbondantemente stoccato per il pranzo e l’aperitivo. Eppure c’eravamo congedati meno di dodici ore prima, strascicando un tagliere con leccornie firmate da alcuni affinatori e salumieri noti accompagnati da una bottiglia di Procanico e Malvasia botticelliana, procrastinando così il protocollo dell’arrivederci a presto previsto per le 10 di sera. Scoccata ormai da tempo l’ora X, le sette vetrate smettono di proiettare gli illuminati scenari hopperiani in chiave meneghina, mentre sui tavoli di marmo e di legno le sedie color pastello sono ormai state ribaltate. Ma dalla strada, poggiando le mani e aguzzando lo sguardo oltre i vetri, ancora si sbirciano i caratteri tipografici sulle pareti, le scale istallate in orizzontale, arrangiate a biblioteca essenziale dei volumi miliari di gastronomia contemporanea, l’Olivetti funzionante e, sotto al banco, alcuni dei pezzi unici di ceramica realizzati al tornio. Non è colpa di nessuno se non della primavera, a voler puntare il dito, che con i suoi esordienti 30 gradi serali bistratta rigidezza e puntualità facendosi beffa di tutti e seducendo con l’idea che sul Naviglio Martesana non manchi proprio nulla.

 

Contestualizziamo: vi ricordate di Fuoco! Food Festival? Io sì, ché ancora rosico a non esserci stata (ma il prode Sandano c’era, e lo raccontava qui). Due ragazzetti si erano distinti lavorando sodo su quel progetto là. Sarà la loro infaticabile natura che fa rimbalzare sul vostro schermo i lori nomi anche oggi. Vi rinfreschiamo la memoria: Martina Laura Miccione e Mattia Angius, rispettivamente food scout e chef – nonché veterani UniSG – dopo enne esperienze curricolari e un più recente sbarco in Norvegia, rimpatriavano circa un anno fa per dare supporto a Carla de Girolamo, o la mammadimarti, come sovente citata tra i circoli pollentini. Carla decide di appendere al chiodo la penna che per trent’anni ha firmato carta e web per Mondadori e Panorama, buttando anima e corpo in una visione simile a una sceneggiatura che incalza più o meno così: acquistare un chioschetto a Milano, dove habitué attempati si sarebbero rivolti a lei chiedendo il solito grazie, richieste prontamente accolte elargendo caffè lunghi macchiati freddi in tazza grande trasparente, quotidiani e supporto psicologico mascherato sotto un grembiule da barista. Non sarà certo una figlia a distruggere i sogni di una madre! Martina e Mattia non hanno intenzione di stravolgere un piano solido e a tratti romantico, ma solo di aiutare a sviluppare il concept – dicevano – così, sotto forma di consulenza. Sviluppa che ti consulta, finiscono però a passare della dimensione del “dare una mano alla mammadimarti” a quella in cui, come risucchiati dentro un buco nero, in quello che ancora era un prototipo di Tipografia Alimentare ci mettono mani, piedi, arti e testa.

Food Hub, Caffè, Vino recita l’insegna in via Dolomiti, 1. “Che vuol dire ub?”, s’interroga una stereotipata sciura con la messa in piega che passeggia di lì. “Mi pare luogo, in inglese” replica la comare. Fuochino, penso. Sarebbe più corretto pensare a un catalizzatore, al fulcro, all’epicentro, o facendo il verso a copy di elettrodomestici parafraseremo: where things happen. TipA ricorda il passato, vive il presente e disegna il futuro: l’arte tipografica, dove il discorso estetico-contenutistico ci ancora alla pluridecennale carriera di Carla; l’alimentare, dove sebbene non si trascuri il sacrosanto fattore organolettico, è quello umano a essere decisamente più denso e palpabile. E non parliamo solo del rapporto con la miriade di produttori, artigiani e amici di TipA che ne hanno sposato la causa e che con entusiasmo si prestano a diventare protagonisti di incontri con i clienti e curiosi settimanalmente pianificati, ma anche con il quartiere che, immune alle ingessate interazioni sociali dilaganti nelle zone del centro, crea un’invidiabile dimensione di armoniosa convivenza. Qui, con spontaneità, succede che un qualunque Giacomo passi a ritirare le chiavi o l’autoradio lasciate in precedenza; un deposito di favori, gesti e rapporti interconnessi e già divenuti solidi, considerando la recente apertura.

 

Qual è la formula per costruire simili sinergie, vi chiedete? È molto semplice: 1. Vivere nomadi per diversi mesi, battendo in lungo e in largo la penisola e le isole per stringere la mano a persone, storie ed eccellenze da divulgare e promuovere in una seconda fase; 2. Scovare uno spazio di 150 metri quadri fremente di potenziale, ma che quasi nessuno neppure ricorda essere stato un ufficio postale prima e un magazzino poi, svelando una dimensione che ha meravigliato un vicinato già in fermento; 3. Avere accanto un personaggio illuminato e cortese come Carla, alla quale non a caso, ancora dopo l’inaugurazione, vengono recapitati regolarmente mazzi di fiori offerti dai freschi aficionados. Facilmente replicabile, no?

Prima del pranzo, un’invasiva ricognizione in cucina non è diventata spoiler di ciò che masticherò canticchiando poco dopo. È in progress la preparazione del carpione di Tinca di Ceresole d’Alba, Presidio con la chiocciolina. La cucina è gestita con rigore scientifico. È infatti un laboratorio dove Mattia, convinto forager, presto micologo e irriducibile sardo, studia e sperimenta fermentazioni e altre diavolerie dei quali non saprei neppure fare lo spelling. Per vostra fortuna però, parecchi dei suoi risultati saranno presto disponibili sul loro sito, open source, ché non c’è nulla di lodevole nel tenere i successi top secret.

Senza farci caso, finisco per scegliere un tris tutto al vegetale. Lo start è una wild salad, tipo un’ikebana edibile di quindici erbe selvatiche, esito dei frequenti pellegrinaggi boscaioli del sig. Angius. Ne elenco tre a titolo informativo: felce, sedano montano, cerfoglio. Picca e strizza come solo i vegetali spontanei fanno, ancestrali e affascinanti. Delle carote di Polignano cotte intere al forno e spolverate di sommacco siciliano diremo invece che l’eredità mediterranea e la filosofia New Nordic non sono mai state così prossime e, alla cieca, si potrebbe pure azzardare di aver mangiato datteri secchi trattati da Redzepi. In coda, un uovo cremoso con la senape, il luppolo e l’aglio orsino, ricco e dalle textures divertentissime. La complessità è ben camuffata sotto le mentite spoglie di una semplicità schietta, eppure in ultima analisi ogni scelta, anche la più sottile, cela un cerebrale e coscienzioso concetto di cosa significhi per TipA mangiar bene: estro, piacere, etica. Si banchetta seduti al tavolo ma il palato t’imbroglia simulando un percorso sulle montagne russe: è festoso, brioso, dinamico ma – come nell’ingegneria dei luna park – il progetto è di grande maturità e prevede una profonda conoscenza e padronanza dei mezzi.

E poi anche se questa cosa è stata già scritta, io ci tengo tanto a ribadirla in questa sede: il ruolo di story-teller di Martina in sala è ben diverso da quello di tanti presunti esperti che ascolti per 1/3 del loro intervento, mentre già distrattamente spilucchi del pane e sbirci le scelte del tavolo accanto. I produttori te li presenta prima per nome e cognome, poi ti spiega cosa e come lavorano, arricchendo il tutto con racconti biografici e territoriali che rapiscono l’attenzione. Lo fa con il vino di Joy Kull così come con il prosciutto di D’Osvaldo e tu resti là, tutta orecchie. Ecco perché inevitabilmente il giovedì è spesso sold-out, quando si alternano workshop per ogni fascia d’età, pop-up e incontri con i produttori. TipA diventa una forma 3.0 di entertainment, un’alternativa al cinema o un buon compromesso per una gita fuori porta, ma con la metro a 5 minuti. In uno spazio tanto eclettico il target non potrà che essere estremamente trasversale. Dai natural wine lovers e foodies annessi, passando per gli instagrammatori compulsivi, accerchiati da tutto un brulicare di bambini, famiglie al completo e studenti con il laptop di fronte. E vuoi che qualcuno non abbia pensato di presentarsi da TipA per chiedere la stampa di 200 partecipazioni matrimoniali con tanto di logo dei neosposini sulla vespa? Eclettico sì, ma con un limite.

Chiuso il martedì. Aperto dalle 8.30 della mattina (9 il sabato e la domenica) alle 22, tutti gli altri giorni. Vi poggiamo qua sotto tutte le coordinate, evitandovi lo sforzo di googlarlo per organizzare la vostra prossima capatina:

 

Tipografia Alimentare

via Dolomiti, 1 – 20127 Milano

Tel: 02 8353 7868

https://www.tipografiaalimentare.it