Testo di Greta Contardo

Foto Ufficio Stampa Festival del Giornalismo Alimentare

È un momento delicato per il giornalismo alimentare: preludio di una rivoluzione-evoluzione o di un’indesiderata estinzione. È il momento di far chiarezza sul mondo (meglio dire sui modi) dell’informazione alimentare. Torino ha ospitato il Festival del Giornalismo Alimentare. Fucina d’incontro per una platea eterogenea italiana e internazionale di giornalisti, comunicatori, foodblogger, professionisti della sicurezza alimentare, aziende, funzionari di amministrazioni pubbliche, rappresentanti di associazioni, istituzioni, uffici stampa, nutrizionisti, influencer per discutere di qualità dell’informazione alimentare in tutte le sue varie forme. Perché il cibo è oggetto culturale, fin dai tempi di Ippocrate. È cultura quando si produce, quando si prepara e quando si consuma. È un elemento decisivo dell’identità umana ed è uno dei più efficaci strumenti per comunicarla. È fattore sociale che trasmette valori simbolici e significativi, è depositario delle tradizioni e delle equivalenze di un gruppo ed è uno straordinario veicolo di autorappresentazione e di scambio culturale. E fa notizia.

La comunicazione della cultura gastronomica è in work in progress perenne per sua natura così come la materia trattata, ma oggi si trova a un punto di svolta. Ci vuole chiarezza per affrontare la crisi dell’editoria, la frenesia dell’informazione e i nuovi media; contemporaneamente e bene. È in questo contesto che il Festival del Giornalismo Alimentare assume un valore importante di dialogo per la creazione di una rete tra addetti all’informazione e per lo sviluppo di ipotetiche soluzioni comunicative. Tra i tanti i temi trattati negli altrettanti panel è passato forte e chiaro un messaggio: serve darsi e dare delle regole nell’universo plurivoco del cibo e del gusto, su tutti i fronti, con urgenza.  La “gastromania” tra vecchi e nuovi media gode di grande fortuna. Ecco i temi scottanti attuali del discorso (italocentrico) sul cibo.

Si è parlato del cibo italiano che sarà nell’anno del cibo italiano appena iniziato: delle politiche alimentari, delle etichette narranti, del ruolo degli enti locali da rafforzare, e della tutela necessaria al Made in Italy, alla sovranità alimentare e al suolo. Bloomberg (multinazionale operativa nel settore dei mass media) ha definito l’Italia “The safesty country in the world” per l’eccellenza del suo comparto agroalimentare. Ha quasi ragione: il mantra comunicativo “sicurezza dai campi alla tavola” è spiegato dal piano integrato per la sicurezza, ma gli italiani non lo sanno. La mancanza d’informazione rigorosa sul cibo, l’imperversare di fake news, determinano una percezione distorta di un settore cardine dell’economia italiana. “Sarebbe meglio parlare di “Festival sull’occultismo alimentare”- secondo Dario Dongo de Il Fatto Alimentare – in quanto spesso il giornalismo è vincolato agli interessi dei grandi marchi”. In Italia un problema rilevante è il conflitto d’interesse non dichiarato. Purtroppo sta ancora al giornalista verificare se l’esperto interpellato ha espresso un’opinione genuina o alterata da interessi.

“Dobbiamo mettere più scienza nel cibo”, ha dichiarato Maria Caramelli, dell’Istituto Zooprofilattico di Piemonte-Liguria-Val d’Aosta. La responsabilità dell’informazione è un punto focale nel contrasto allo spreco alimentare. Il cambiamento climatico, che impatta sull’immediato e sul lungo termine, deve essere comunicato toccando da vicino gli interessi e la quotidianità delle persone. E va monitorato: da lì emergeranno i nuovi trend tematici dei prossimi anni, tra cui la scelta del cibo più per la filiera che per il gusto e la sostenibilità di nuove coltivazioni resilienti con annesso impatto socioeconomico. Sarebbe opportuno poi scrivere di problematiche ambientali anche in tempo di pace, non solo in emergenza. Come nel caso dell’acqua che fa notizia solo quando “fa acqua da tutte le parti”. Qualcuno conosce i fatberg? Meglio averne un’idea…

“Bisogna parlare meno, ma parlare meglio”, sentenzia Alessandra Comazzi, critico Tv La Stampa. Ora che è cosi di moda scrivere di cucina, serve riconoscere la credibilità nella ridondanza del tanto scritto e nulla detto; serve saper fare della multimedialità un mezzo sano per comunicare e intercomunicare. Il food writing è polifunzionale e ha tante sfaccettature indirizzate a diversi target che vanno definite. La comunicazione alimentare gastronomica deve unire l’informazione competente al piacere, deve essere fresca e smaliziata a volte, sintetica, precisa e deve servirsi della fotografia, che oggi fa il 50% dell’informazione. Deve raccontare il rapporto con il cibo, le relazioni umane e i paradigmi culturali, deve capire il cibo e affrontarne le grandi problematiche come razzismo, ingiustizia, disuguaglianza, sessismo. Così elencato il food writing è un’attività pionieristica se si considerano la scarsità di risorse economiche; ma niente è perduto, ancora. La strada per un giornalismo culturale alimentare, fatto di specialisti rigorosi, capaci di creare coscienze gastronomiche è tutta da percorrere.

Sui social network e sui blog va superata la pornografia del cibo: bisogna tornare (anche lì) a comunicare con qualità. Va bene fotografare il piatto al ristorante, ma ne vanno capite  storia e produzione. “Nessuno tiene più al sapore del cibo in bocca, tutti tengono in mano il telefonino – commenta Federico Ferrero critico enogastronomico La Stampa. I ristoranti oggi si preoccupano in gran parte della sola bellezza del piatto. Il giornalismo deve rimettere la barra dritta sul gusto”. Oltre il danno la beffa: con l’avvento di nuovi canali social il foodblogger si è trovato a rincorrere hashtag senza avere più tempo di curare i contenuti. L’esempio maestro è l’ #avocadotoast, quasi un fenomeno di costume che ha fatto il giro del globo come simbolo di buono, sano e giusto new age, ma a causa del boom mondiale porta con sé problemi etici piuttosto seri, che rimangono occulti a molti.

E le aziende alimentari sui social media? Qual è la strategia vincente per dare visibilità alla propria impresa? Serve sviluppare una vera cultura della comunicazione, comprendendo che è importante utilizzare gli strumenti giusti e affidarsi a professionisti. In quest’ottica assume importanza il brand journalism, che dà trasparenza all’informazione dell’azienda, un tempo vittima di marchette, ora nuovo media. Perché se un prodotto e un servizio senza informazione sono monchi, “Il brand journalism consente di testimoniare i multiformi aspetti di una brand story laddove nessuna comunicazione da sola è in grado di raccontare la storia del brand nel suo insieme (Larry Light, capo marketing Mc Donald’s, 2009). E si afferma sempre di più una nuova figura professionale, il brand reporter, o reporter della marca in un mondo di fake news. Aumenta anche il numero dei freelance, i lavoratori autonomi e cresce la loro arte di inventarsi sempre qualcosa. Non c’è più uno stipendio fisso che li tiene lontani dalle tentazioni, sono precari e si occupano di comunicazione a più sfoghi sempre meno approfondita. Il giornalista vecchio stampo è una specie in estinzione, ora ci sono i wannabe journalist, i foodblogger, gli influencer e hanno tutti bisogno di regole, oltre che di formazione e competenze (di e in materia cibo, di scrittura, fotografia e tecnologia). Il rischio di fare un’informazione distorta per intercettare l’interesse del pubblico è alto, al lettore serve avere la certezza che l’oggetto e il soggetto della critica non sono la stessa persona. O in alternativa serve trovare una comune e democratica dichiarazione di trasparenza pubblicitaria.

In conclusione una domanda: finirà mai l’interesse per il cibo?

La scrittura gastronomica soffre di un senso d’inferiorità, ma è un campo culturale importantissimo. Saranno i contenuti non approfonditi a passare di moda (e non si intende la ricettistica), non l’interesse per lo scrivere di cibo, che è cosa diversa dalla critica gastronomica. È in discussione la qualità del food writing che, forse, sta perdendo di vista il valore dell’autonomia. Di cibo si parlerà sempre, ma è anche responsabilità dei giornalisti e degli editori parlarne con competenza e qualità. Serve avere tempo, spirito critico, accuratezza. È importante che la stampa enogastronomica sia plurale e diffusa e che si occupi della santa alleanza tra l’agricoltura e la produzione del cibo. Il piatto buono ed equilibrato è solo il termine ultimo di un lungo processo che passa tra etica, ristorazione, produzione e materia. “Il giornalismo alimentare sarà sempre più importante e, se sapremo legarlo al piacere del cibo e all’interconnessione tra produzione e arte dello stesso, avremo fatto bingo”. Nelle parole di Licia Granello, giornalista di La Repubblica, sta, in buona parte, il fulcro del Festival del Giornalismo Alimentare 2018. Formato tweet.