Testo e foto di Pierpaolo Penco

Alla ricerca di nuovi percorsi tra i vini sfogliando la guida Slow Wine

La presentazione della Guida Slow Wine, che si tiene da 3 anni a Montecatini, con la degustazione dei vini presso l’elegante sede delle Terme del Tettuccio, è una ghiotta opportunità per chi voglia scoprire cantine non abituate ai tradizionali palcoscenici, zone meno celebrate e vitigni dalla presenza strettamente locale.

In generale, la cifra stilistica scelta da Slow Food nella Guida curata da Fabio Giavedoni e Giancarlo Gariglio è quella di mettere in luce non solo l’eccellenza della produzione nazionale (cui è riservato il premio “Grande vino”) ma soprattutto quelle aziende, spesso medio-piccole, che adottano una produzione allineata alla vision del “buono, giusto e pulito” dell’Associazione braidese. Le c.d. “Cantine Slow”, quindi, seguono una produzione il più possibile rispettosa della natura, del terroir e della cultura dei tanti territori vinicoli italiani (e, dalla scorsa edizione, sloveni). Anche proponendo vini per una beva spensierata, dall’invitante rapporto qualità/prezzo, gratificati dalla categoria “Vino quotidiano”. Negli assaggi di quest’anno abbiamo scelto di seguire un percorso che, tra le 1000 etichette presenti, ci consentisse di andare alla ricerca di vini meno frequentati durante altre manifestazioni, con il chiaro intento di individuare bottiglie “gastronomiche” tra produttori, vitigni e zone che, spesso, non travalicano i confini regionali.

Il viaggio ha avuto inizio in Liguria, con il Metodo Classico (36 mesi sui lieviti) salato e marino della cantina VisAmoris. Una piccola azienda di Imperia (3.5 ha) che produce solo Pigato, declinandolo su 6 vini, di cui un Sogno 2015 che soggiorna in legno per qualche mese, in attesa di un altro metodo classico (60 mesi sui lieviti) che sarà presentato a breve. I vini liguri richiamano molte sensazioni legate alla salinità, non solo nei bianchi Pigato e Vermentino, ma anche nel Rossese, che ha trovato sui terrazzamenti di Dolceacqua la sua casa, respirando lo iodio del Mar di Ponente che ritroviamo nel bicchiere assieme al pepe bianco, alle erbe mediterranee e a tannini delicati. Difficile scegliere tra il cru Posaü 2015 di Maccario Dringberg, il 2016 di Terre Bianche e il Galeae 2016 di Kà Manciné.

Nella linea del Rossese si collocano altri vitigni italiani, soprattutto del Nord-Ovest, che si caratterizzano per tonalità di colore più scariche, una bevibilità spigliata che li rende facilmente abbinabili ai piatti di tutti i giorni (perché non ci si nutre di soli piccioni e selvaggina!) ma anche a una cucina ambiziosa. Uno di questi è il Pelaverga Divincaroli 2016 prodotto sulle Colline Saluzzesi da Cascina Melognis: con una delicata nota aromatica al naso, quasi a richiamare un moscato nero, è un vino piacevolmente succoso e fragrante, che invoglia al secondo bicchiere e a una lunga chiacchierata tra amici. Un altro è il valdostano Cornalin 2015 dell’azienda La Vrille, dove le erbe di montagna, il fieno, la genziana e altri fiori, avvolgono al naso per poi ritrovarsi nella lunga persistenza gustativa. Sempre in Valle d’Aosta, la Maison Anselmet è un vero riferimento se si vuole scoprire le affascinanti qualità della Petit Arvine, vitigno svizzero del Vallese che ha ormai superato i confini: da vigneti a 800mt di altitudine e affinata in tonneaux da 600 litri, l’annata 2016 esordisce con profumi fumé, per poi virare verso sud con note saline e un’acidità elettrizzante. Se non vi difetta la pazienza, allora il Semel Pater, Pinot Nero vinificato con uva intera non diraspata, succoso e tannico, si preannuncia come un vino che stuzzicherà appassionati e gourmet. Il sentiero valdostano si conclude con la Nus Malvoise 2016 di Les Granges, un Pinot Grigio in cui aromi di uva passa si fondono con l’affumicato, ricordando un vino alsaziano, un palato secco e salato e un finale quasi tannico che ce lo fa immaginare complice di alcuni formaggi alpini.

Un ideale salto a Nord-Est, a poca distanza dalle Alpi friulane, ove ha sede l’azienda Aquila del Torre, una delle più settentrionali dei Colli Orientali. Il Riesling 2014 è quanto di più nordico si produca in Friuli Venezia Giulia: trafigge come una spada per la sua acidità combinata a note agrumate più mediterranee. Un vino poliedrico, che fa salivare e stimola l’appetito; non per nulla è stato inserito nelle carte dei vini di alcuni ristoranti di alto livello.

Scendendo lungo l’Adriatico arriviamo sulle colline marchigiane, dove il Verdicchio dei Castelli di Jesi si esprime sia nella freschezza che nella maggiore concentrazione della versione Superiore. Del primo stile è preciso testimone il 2016 della Tenuta dell’Ugolino: vinificato in acciaio è fresco, salato, goloso e adatto a una beva spensierata. Il Superiore 2015 è più fumé, sapido, persistente e polposo, con sfumature di frutta secca, comuni anche al Superiore “L’insolito del pozzo buono” 2015 di Vicari, nel quale il sapore di mallo di noce è componente essenziale di una complessità quasi rocciosa.

Sconfinando in Abruzzo, molto gastronomico è il Cerasuolo di Cataldi Madonna, vinificato in acciaio all’85% in bianco e il restante 15% in rosso, succoso ed elegante, con finale nocciolato. Abbiamo riassaggiato dopo qualche mese il Trebbiano 2016 di Cirelli, che la vinificazione in anfora ha reso sapido e lungo nelle sfumature vegetali e di erbe aromatiche. La Tintilia, vitigno di lontani origini spagnole, pare accomunate a quelle del Bovale sardo, è ormai considerato un autoctono del Molise, in grado di creare nuovo interesse per questa piccola regione. In pochi anni ne sono stati piantati oltre 100 ettari e i risultati sono sempre più convincenti. Ad incominciare dal “Beat” 2016 dell’azienda Vinica, la cui macerazione su chicchi interi diraspati asseconda le note floreali e fresche di mora, mentre la delicata ma vispa trama tannica stimola la salivazione. L’azienda di Claudio Cipressi ne propone due versioni con un lungo affinamento: il Macchiarossa 2012, vinificato in acciaio, ha un tannino succoso e in bocca è lungo, mentre la Tintilia “66” del 2011, prodotta da una singola parcella, affina in botte grande e vede ben fuse note di cacao amaro e more sotto spirito.

Per concludere questa ideale ricerca di vini dalle spiccate qualità gastronomiche una breve puntata nell’entroterra campano, dove l’azienda Fontanavecchia, in vigneti tra i 250-300 mt di altitudine, produce una Falanghina del Sannio della sottozona Taburno che nel millesimo 2016 si caratterizza non solo per la tradizionale piacevolezza di beva del vitigno, su aromi di pesca gialla, fiori di campo ed erba fresca, ma fa presagire la capacità di reggere un medio invecchiamento. L’invecchiamento ha contraddistinto il Vigna Cataratte 2009, un Aglianico del Taburno riserva, il quale ha affrontato alcuni anni di bottiglia dopo l’élevage di 13 mesi nel legno. Si apre nel calice con un colore che tende al granata, alcune note fumé dovute al terreno tufaceo e argilloso, un sapore di frutta matura, dalla ciliegia al sottobosco. Un vino cui non difettano la struttura e una buona alcolicità ma che, grazie allo sviluppo evolutivo, si può accompagnare a piatti saporiti e dotati di complessità anche speziata.

Ma la degustazione di Slow Wine permette di conoscere anche un Catarratto siciliano prodotto a 800 metri di altitudine, apprezzare la versatilità del Negroamaro salentino, confermare le doti raffinate del Carricante e del Nerello Mascalese etnei. E poi, al calar della sera, voltarsi ad osservare i banchi del centinaio di cantine e dirsi: “anche quest’anno non c’è stato il tempo per assaggiare tanti vini”!

Testo di Kaya Pearson

Foto di Greta Contardo

“Lì, lì, a sinistra!”, “No, non ci stiamo…” “Ma forse nel vicoletto…?”. L’auto trova il suo spazio in un parcheggio condominiale, tra gli sguardi poco velati dei locali che ormai da tempo hanno perso l’interesse per le finte cortesie. “Ah questi turisti, vengono a casa nostra, ci rubano i parcheggi… e noi a comprare il pane tocca andare in bicicletta.”

Il sabato mattina ha il riposo in bocca. Le signore vanno per compere tra i vicoli turistici del centro, alla ricerca di un dettaglio che attiri l’attenzione. C’è voglia di colazione laid back, di credere nel potenziale del sole che per ora non sembra stare al gioco. Montecatini è uno sciame di entusiasmo. Ogni anno, edizione dopo edizione, la storia si ripete. Ce n’è di tutte le età, portamenti e colori. Un po’ di français di qua, qualche tocco di deutsch di sfuggita tra la folla e un’infinità di italiani dai più svariati accenti. Le danze di Slow Wine si aprono già a metà mattinata, con quel giusto ritardo per chi non sa esistere prima delle 11. Quest’anno la maestosità del Teatro Verdi ospita una conferenza sull’e-commerce del vino: un hint di teoria prima di buttarsi di testa nella pratica dell’assaggio. Dopo i saluti di benvenuto sfilano sul palco alcuni nomi importanti del mondo del commercio elettronico internazionale, tra cui Marco Magnocavallo, amministratore delegato di Tannico e David Lynch, che, tra le inevitabili battute di Fabio Giavedoni sul suo omonimo, sfodera un italiano americanized da invidia. L’eccitazione è palpabile, chi è qui si sente un po’ speciale. La sala, che riempirla sembra un’Odissea, non lascia tutto sommato tanta scelta di sedie libere, e tra i colpi di stronfio dei pochi che si arrendono alla comodità delle poltrone il convegno arriva al termine, lasciandoci tutti soddisfatti e con una buona infarinatura su ciò che accade nella realtà virtuale.

Parte poi il conto alla rovescia: il tempo è poco, e lo stomaco va in qualche modo preparato al trauma dell’inondazione, e mentre i produttori fortunelli si preparano alle Terme Tettuccio coccolati dai truck di street food, noi comuni mortali, per i quali la location apre solo alle 14.30, si fa a gara tra i tavolini dei locali del centro, alla ricerca di carboidrati all’altezza della missione. I gestori di piadinerie e locande strizzano i dehors con l’horror vacui del boom turistico, al quale si presuppone fossero preparati, e i clienti cercano invano di guadagnarsi il posto al sole, che nel frattempo ha deciso di unirsi. E, manco a dirlo, quella che poche ore fa si presentava come una grigia e tagliente giornata preinvernale ci fa adesso premeditare su quali produttori siano disposti a tenerci le giacche sottobanco.

I cancelli si aprono con puntualità, e nessuno tarda a farsi vivo. La coda risulta più sopportabile, avviluppata com’è in quella che sembra un’ambientazione da romanzo di Jane Austen. Ogni angolo della struttura, nonché del circostante giardino è perfetto, mantenuto con una cura rinascimentale, e la decadenza degli anni che passano sa nascondersi nello stupore sui volti dei partecipanti, che cercano quanto possibile di mostrarsi contenuti. La timidezza iniziale fa presto ad assentarsi, e muniti di calici e domande i wine lovers iniziano a farsi strada tra i tavoli, che con criteri regionali ospitano quest’anno più di 450 cantine. I produttori, ambientati nel mood dell’evento, sfruttano il tête-à-tête con i clienti per osservare con occhio critico chi gli si presenta davanti: quali i bevitori più appassionati, quali i perditempo. La gentilezza viene concessa a tutti, senza eccezioni, ma gli interrogativi pertinenti vengono accolti con sorrisi sinceri di soddisfazione. Perché qua, chi ti versa il vino è lo stesso che lo inventa e lo modella, in vigna come in cantina. Gli scambi acquistano subito un valore diverso, la riconoscenza arriva da ambedue le parti. Il sole scalda il viso ma il vino, il vero vino, coccola qualcosa un po’ più a fondo, e le correnti trotterellanti di persone non esitano a esplicitarlo a chi è giusto che se ne prenda i meriti. E questi, dal canto loro, non possono che ricambiare la sensazione di gratitudine per essere arrivati fin qui con tra le mani il frutto di un duro lavoro, fatto di rischi e tentativi non sempre azzeccati, che necessita per stare in piedi di questi matti euforici che ne riconoscono la qualità.

La giornata prosegue con tempistiche diverse da quelle della quotidianità, scandita da ritmi che non sembrano seguire gli orologi convenzionali. Ci si perde in queste fitte reti di colori, profumi e ideali, rincontrandosi qua e là con sorrisi macchiati di vino che sembrano dire “un’emozione in più e mi esplode il cuore, can’t take anymore”. Tra un assaggio rubato del magico Caciofiore di Columella della Baita del Formaggio ed una manciata di Bibanesi, partner esclusivi di questa edizione Slow Wine 2017, noi i vini ce li godiamo tutti, dalla spiccata acidità dei più nordici con la Slovenia unita al team, al caratteristico sole nel bicchiere dei vini del Sud (ve ne parleremo nei prossimi giorni, don’t worry). E benché inevitabilmente le preferenze personali riconducano ognuno alle certezze, è impossibile non farsi cogliere di sorpresa da quei piccoli produttori poco conosciuti, che con l’arte dell’artigianato e dell’eredità degli antenati si fanno scoprire quasi per caso e se ne tornano a casa con te, bene impressi nella memoria nonostante l’interminabile scelta.

La giornata se ne va che quasi sembra di non averla vissuta, e tutt’a un tratto l’arancio del tramonto rende il sito ancora più suggestivo. E’ uno di quei momenti in cui andarsene sa di disincanto, ma che poi si rivela rallentato dalle immagini affettuose della giornata, dai contatti e dalle nuove conoscenze. I biglietti da visita bruciano nei taschini, esplodono fuori da borse e pochette e si disperdono. Nulla che una buona ricerca su Google non possa rimediare.

Testo di Raffaella Prandi

Foto Meet in Cucina Marche

Diceva dal palco Mauro Uliassi: “Cè un’idea di marchigianità che ci accomuna, la percezione della terra unita a quella del mare che marca in maniera indelebile la nostra cultura”. E aggiungeva Moreno Cedroni: “Il territorio scandisce le nostre vite e tutte queste tradizioni io le ho in corpo”. È su questo DNA gastronomico che ha scommesso, con felici risultati, Meet in Cucina Marche, il format ideato da Massimo Di Cintio per mettere in valore tutto quanto, dal vino alla cucina ai prodotti, attinge a un patrimonio comune di sapori e di tecniche ancestrali. E se è vero che tutti i territori hanno bisogno di fare sistema, l’iniziativa (prima edizione nelle Marche, mentre le altre, quattro, a stessa firma, si erano svolte in Abruzzo) è un nuovo mattoncino verso una identità territoriale che da queste parti è già straordinaria e che ha forse bisogno di cementarsi in un più stretto gioco di squadra.

Otto i cuochi stellati che nel Teatro La Fenice di Senigallia (capitale gastronomica indiscussa della regione dove intorno al food è nato anche un buon indotto) hanno raccontato, pentole alla mano, i loro personalissimi stili conditi delle eccellenze locali: cefali, moscioli, cicale di mare, patate del Conero, olive ascolane, barbecche…

Moreno Cedroni

Ha aperto i lavori, con i suoi immancabili piatti di caccia, Cappelletti in doppio brodo di beccaccia e Beccaccia della Santa Alleanza, Lucio Pompili, padre nobile del Rinascimento marchigiano, seguito da Danilo Bei, Mauro Uliassi, Errico Recanati, Michele Biagiola, Stefano Baiocco (ospite d’onore in quanto di origini anconetane), Stefano Ciotti, Moreno Cedroni.

Cappelletti in doppio brodo di beccaccia

Mare e terra a fare da filo conduttore e a marcare in modo indelebile la cultura dei luoghi. Esiste infatti dal punto di vista gastronomico una sorta di fil rouge nel modo di pensare che consiste nella mescolanza continua tra tradizioni di mare e di terra. “La cucina così detta ‘mare e monti’ non è la trovata di un cuoco estroso o creativo ma era l’umile mangiare degli abitanti della costa marchigiana che oltre a essere contadini erano anche pescatori”, sottolineava Uliassi. La memoria ha così un ruolo chiave nel processo creativo. Ne sono un esempio i tanti piatti presentati in giornata a cominciare da quello presentato proprio da Uliassi, Acqua di conditella con rane lumache pane e gelato di baccello di fave, che voleva evocare quel tipico paesaggio a ridosso del mare fatto di stagni acquitrini fossi e vita di campagna, recuperando i gesti ancestrali della cucina popolare. Così la conditella trae spunto dai sapori di quelle insalate dimenticate sulle tavole contadine quando rimaneva quell’acquaticcio così gustoso perché l’acqua conteneva tutta la sapidità del vegetale. Ecco dunque che lattuga pomodori cetrioli cipolla aglio con un po’ di acqua aceto e sale vengono messi sotto pressione in una teglia forata lasciandoli macerare per 24 ore: se ne ricava un liquido rinfrescante e concentratissimo. Poi ci sono le lumache di cui si va perdendo la tradizione. Vengono prima spurgate e poi messe in acqua fredda, si accende il fuoco in modo che, appena le lumache sentono il calore, escono fuori dal guscio perfettamente dritte; sono quindi private dell’intestino e ripassate in olio aglio timo maggiorana con l’aggiunta di un po’ del loro brodo di cottura, un brodo carico di sapore di lumaca e che, grazie al gioco del pil pil (una tecnica spagnola di emulsione) regala una consistenza viscosa quasi a riprodurne la bava. Le cosce di rana vengono invece impanate con timo maggiorana e fritte in burro chiarificato. Per il gelato si scottano i baccelli di fave o dei fagiolini in acqua bollente per pochi minuti; il succo centrifugato viene passato al pacojet. E poi c’è il pane che Uliassi dice di aver imparato a fare da Niko Romito che utilizza grani locali della zona di Frattura. Sul fondo del piatto si accostano lumache, rane e pezzi di pane tostato condito con olio aglio e un po’ di conditella. L’acqua della conditella viene poi servita a parte di fronte al commensale.

Mauro Uliassi

C’è la conditella anche nei piatti presentati da Michele Biagiola, piatti ispirati alle tradizioni dei luoghi, come la deliziosa Cassettina delle primizie, un polistirolo ricreato con la ricotta e il terriccio di malto dove sono infilati i ciuffetti di insalata e adagiato su quell’insalata macerata che “ha il sapore di quella delle nostre nonne e delle nostre zie”.

Interessante e passardiano il piatto di Stefano Ciotti, Barbecche, barbecche fermentate, tartufo, che recupera queste radici selvatiche che si trovano nelle campagne pesaresi e che per il loro alto valore proteico sostituivano nel passato la carne. Le barbecche, simili nella forma a delle carote, sono pulite e messe sottovuoto, cotte a 95°C per 45 minuti con un burro al tartufo, quindi impanate con farina uova e pangrattato e poi fritte in burro chiarificato. Prepara poi una emulsione con siero di Parmigiano (fatto bollire in brodo di cappone) in cui è frullato il tartufo mescolato al burro chiarificato. A completare il tutto lamelle di barbecca fermentata, castagne crude e tartufo.

Barbecche, barbecche fermentate, tartufo

Moreno Cedroni (33 anni di avanguardia e di ricerca portati alla grande) sceglie invece di uscire dai confini mescolando le tradizioni marchigiane a quelle di altri paesi “perché noi abbiamo il sugo di vongole delle nostre mamme e i coreani hanno il kimchi e il bello è fonderle come si fondono gli oceani al Capo di Buona Speranza”. Il Dumpling di seppia, brodo di moscioli selvatici e cumino è un dumpling la cui pasta è preparata con acqua e manitoba e il ripieno con una seppia macinata e condita con mirepoix di carote e zucchine, salsa di soia e buccia di limone. I ravioli sono cotti al vapore e adagiati su una base fatta con gli stessi ingredienti del ripieno (seppia cotta questa volta sottovuoto a 50°C dalle 3 alle 5 ore) carote e zucchine sbollentate, spinaci aromatizzati al basilico. Il tutto completato con un brodo di moscioli cumino e limone candito.

Dumlping di seppia, brodo di moscioli selvatici e cumino

Delizioso e potente anche il piatto Frittatina alle cappole, brodo di bucce di pannocchie e cavolo viola fermentato: alla base erbette di campo sbollentate, al centro una frittatina preparata alla maniera antica con un sauté di vongole, sugo di pomodoro e uova, cui viene aggiunto un brodo di teste di cicale e a completare il cavolo viola fermentato (il cavolo, affettato, viene chiuso in un sacchetto di plastica con il sale e lasciato a marinare per tre settimane). Un kimchi marchigiano, marchigianissimo.

Testo e foto di Marco Pistagnesi

I Balcani stanno attraversando una renaissance gastronomica davvero di vaste proporzioni. Fino a poco fa fuori dal radar gastronomico, in parte a causa della sua storia travagliata, la regione custodisce un’agricoltura di grande qualità e varietà e tradizioni gastronomiche ricche di interesse. Dell’intera regione, è l’Albania a guidare il trend, grazie anche alla sua posizione privilegiata che se da una parte la espone alla ricchezza dell’ecosistema mediterraneo, dall’altra le consente di condividere le tradizioni alimentari del vicino Oriente, ereditate da secoli di dominazione ottomana. Tuttavia, ciò che davvero è alla base di questo exploit, è l’emergere di un giovane chef, coraggioso e visionario, che tornato a casa dopo numerose esperienze internazionali, sta con entusiasmo e tenacia cambiando il volto della gastronomia albanese.

Bledar Kola non troppi anni fa ancora lavava i piatti in un ristorante londinese e non pensava affatto di diventare uno chef, sebbene fin da piccolo si divertisse a partecipare alle routine culinarie di casa. Il destino però lo ha trascinato in un crescendo che passa prima per il fine dining francese come aiuto in un ristorante stellato a Londra, per arrivare a importanti esperienze presso i massimi esponenti della nuova cucina nordica, quali René Redzepi (Noma) and Magnus Nilsson (Fäviken). Oggi Kola è co-proprietario del Mullixhiu a Tirana (“il mugnaio” in albanese), insieme ad Altin Prenga (si veda il racconto di Serena Guidobaldi su Cook_inc. 7), il patron dell’agriturismo Mrizi i Zanave che, insieme a una rete di contadini e piccoli produttori locali, rifornisce il Mullixhiu di tutte le materie prime, dal formaggio, alla carne, ai cereali, alla frutta e verdura.

Il ristorante, rustico e ricercato al contempo, offre una prospettiva contemporanea dei segreti e tesori del cibo albanese, seguendo un approccio strettamente a km 0. Il nome si riferisce ai 3 mulini a pietra che, appena nascosti lateralmente al passaggio dei clienti all’ingresso, macinano continuamente una varietà di cereali autoctoni per i bisogni della cucina. La proposta è creativa, sperimentale, piena di immaginazione. Il menu abbonda di combinazioni innovative e ingredienti inusuali, mai però perdendo di vista i sapori autentici e le tradizioni. Bledar non ci gira intorno, e ammette che i suoi modelli di riferimento sono Redzepi, Nilsson e la cucina nordica. Ci confida che tornato in Albania, con in testa e nelle mani l’impostazione tradizionale del fine dining francese, non sapeva neanche da dove cominciare, troppo rigida era la forma mentis dalla quale proveniva.

Osservare e apprendere da questi guru della cucina ha significato soprattutto imparare la libertà di sperimentare: nessun confine, limite o dogma, ma solo fiducia nella propria creatività. Anche per questo Bledar guarda con sfavore all’eccessivo uso di tecniche elaborate o macchinari sofisticati, suggerendo una malcelata lontananza dal filone spettacolar-molecolare di Ferran Adria. “Qual è il senso di distruggere, stravolgere, la natura di un ingrediente per poi ricrearne un’altra? Non è più interessante usare l’immaginazione per tirar fuori l’essenza e i sapori più intimi di un prodotto?”.

Ma veniamo al pranzo al Mullixhiu. Prima di sedersi al tavolo, viene offerto al banco un aperitivo al succo di ciliegie corniole, che introduce subito al tema della ricerca di prodotti insoliti o dimenticati. Dall’arredo al vibe, subito la sensazione è di un ambiente ricercato ma dal sapore autenticamente casual, fatto di legno rustico e dettagli casalinghi. Per il vino Bledar consiglia un bianco dal vitigno Kallmet dell’Albania settentrionale. Quest’uva ha un caratteristico grappolo ad acini irregolari di diversa grandezza, segno di una varietà poco selezionata, quasi selvatica, che si traduce in un’espressività irruente, poco complessa, ma dal carattere fresco e genuino. Un vino simpaticamente acerbo e davvero godibile.

Le prime due portate, una Vellutata di patate con crostini di pane di mais e un assaggio di Cottage cheese di latte di mucca crudo, sono semplici e oneste, quasi a voler chiarire subito la musica che qui si suona: ingredienti genuini, poca sofisticazione e poco spazio allo show. Ora però è il momento di progredire su un percorso più elaborato ed evocativo. Arrivano due Insalate, la prima di Prugne e zucchine con vinaigrette di zucca, la seconda di Fichi e melanzane con mousse di portulaca, un bel contrasto tra il dolce del fico e il pungente-affumicato della melanzana. La portata successiva si chiama “Il pranzo del pastore” ed è una caramella di pane di patate con dentro formaggio fresco, uovo, olive e pane. “Riproduce il sacco che i pastori tradizionali si portavano in montagna al pascolo, dove l’uovo appena bollito, e il formaggio e il pane appena fatti si scambiano gli aromi grazie al vapore e al caldo che ancora sprigionano”, spiega Bledar.

Nei piatti successivi il protagonista è invece il selvatico. E così vediamo le bacche di alkekengi, dai sentori agrumati e dolci dell’arancia e della mela, accompagnare uno Spezzatino di animelle di vitello. A seguire, la tipica pasta albanese trahana (una specie di cous cous ottenuto mischiando farina e yogurt), su una crema di portulaca, guarnita con qualche acino di uva selvatica. Buonissima. Dopo un secondo di Quaglia arrosto con verdure, è il momento dei dolci, e il pranzo si chiude con un trionfo di latticini, a sottolineare la loro importanza nella gastronomia albanese. Arrivano due assaggi di dolci al latte: uno morbido tipo panna cotta coperto da polvere di bacche di gelso, e per finire una torta tradizionale a base di uova, latte e farina.

L’esperienza è positiva e conferma il grande potenziale della cucina balcanica, che ha tutti i numeri per concorrere a livello europeo. Bledar si destreggia con guizzo ed equilibrio tra la cucina gourmet e il saper trasmettere l’essenza genuina e il potere evocativo dei sapori di un universo gastronomico ancora poco conosciuto come quello albanese. Giovane e vulcanico, sentiremo ancora parlare di lui.

Mullixhiu

Hyrja e Parkut tek Diga e Liqenit Artificial

Tirana 1019, Albania

Tel: +355 69 666 0 444

www.mullixhiu.al

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Andrea Di Lorenzo

Sicily Wild Food Camp In Buccheri, for FFF: Fuoco Food Festival – 2nd Edition

Ritorno spassionato alle radici, ai gesti veri e primordiali della cucina. O meglio riabilitare la cottura per eccellenza: il fascino arcaico di fuoco, brace, carbone. Fiamme e ancora fuoco.

L’idea brillante è stata dell’associazione SiciliAmore By Martina e Daniele Miccione (giornalisti/gastronomi/event maker siciliani); il ‘playground’ scelto quello del Bosco della Contessa nei pressi del Borgo di Buccheri, aggrappato ai meravigliosi Monti Iblei; i protagonisti ca va sans dire, oltre 30 cucinieri, tra chef stellati, pizzaioli, produttori e artigiani, allevatori e pasticceri provenienti da tutta Italia.

Godendo delle ultime belle giornate di settembre, i partecipanti all’evento Fuoco Food Festival hanno esibito abilità, talento, passione e coraggio fuori dal comune, pronti ad immergersi nella natura, accantonando tecnologie culinarie, sifoni, roner, induzione e ogni altra ‘diavoleria’ moderna. Tutto in virtù della competizione personale, applicata verso la padronanza di un elemento a tratti indomabile: il fuoco. Parola alle braci, alle cotture più autentiche e tradizionali a contatto di fiamma viva, dove il tocco sensibile del cuoco fa la differenza.

Tante le adesioni, tantissimi gli assaggi e altrettanto numerose e positive le suggestioni durante la due giorni di appuntamenti ardenti. La fiamma ha preso vita sin dalla presentazione intima e conviviale del 29 Settembre, all’interno della Chiesa dell’Immacolata di Plesso Vaccaro, nel cuore pulsante di Palazzolo Acreide. Qui un dinamico ‘Mercato degli Iblei’, nel cortile interno della struttura, ha visto produttori e cuochi ‘locals only’ intenti a realizzare preparazioni e assaggi principi del territorio: dalla ricotta espressa; ai pungenti piatti di caponata; gli ottimi cannoli e arancini della Pasticceria Corsino e l’incursione eccezionale dello Chef stellato Pino Cuttaia (La Madia, Licata), che ha conquistato tutti con il suo Panino ‘Muffuletta’ ripieno di conserva di pomodoro datterino e salsiccia presidio Slow Food di Palazzolo Acreide.

Il giorno seguente si è svolta, senza esclusione di colpi, la session culinaria ‘into the wild’, in massima libertà espressiva. Un estroso food camp suddiviso in postazioni, colorato da digressioni culturali, tra laboratori di assaggi e ‘installazioni culinarie’: come il capolavoro carnivoro di Giuseppe Zen (Mangiari di Strada, Milano) che ha appeso ogni parte edibile della vacca, sospesa sui carboni ardenti, in una tanto scenografica quanto appetitosa preparazione battezzata testa & minchia. Sempre di Zen, l’idea di riproporre la testina di pecora alla brace, servendo poi in un concetto del tutto anti-modaiolo di ‘scomposto’, cervello, occhio, lingua e guancia della stessa. Succulenta, corroborante e ancestrale la zuppa di lumache, salsiccia, patate e verdure realizzata dal vulcanico Diego Rossi (Trippa, Milano) che conquista il podio dei migliori assaggi con la sua spalla di pecora cotta ‘sottoterra’ con salsa di cervello e limone. Hardcore food, tra passato e futuro, strepitoso senza compromessi. Cesare Battisti, grande interprete della tradizione contemporanea meneghina (Ratanà, Milano) ha regalato sostanza e tecnica con il suo crostino di ricotta alle erbe e cipolla cotta sotto la cenere; la caleidoscopica panzanella con sfilacci di trota alla brace; e il dessert del suo pastry-chef fuoriclasse Luca De Santi: fico d’india arrosto, zabaione alla ricotta, mandorle e succo di datteri.

Dal fronte siculo, deliziosa e saporosa la costina di maiale con purea di patate e peperoni di Tony Lo Coco (I Pupi, Bagheria) e l’ottima salsiccia grigliata con dressing di ricotta, foglie di sanapo, cucunci e pomodori secchi by chef Marco Baglieri (Il Crocifisso, Noto). Immenso, per ritualità, sapore e valore culturale, il panino con le orecchie di maiale bollite di Giovanni Santoro (Shalai di Linguaglossa) o ancora il Mini-Bun di Porchetta arrostita, con cipolla e salsa Bbq modicana arricchita con cioccolato di Modica autoprodotta By Ninni Radicini (Casa Ciomod di Modica).

Interessante lo sguardo formativo al laboratorio sulla carne, lavorata solo da animali eticamente allevati, con il produttore dell’azienda agricola ‘Alleva Bio’; tanto quanto l’esperienza foraging con la giovanissima ricercatrice Valeria Mosca (Wood-Ing), che ha trovato applicazione efficace per le erbe spontanee raccolte con un elettrizzante crostino alla ricotta e misticanza aromatica.

Spazio importante anche quello dei lievitati, dolci e salati: oltre alle formidabili creazioni del panificatore lombardo Jean Marc Vezzoli e del pasticcere lucano Vincenzo Tiri; il corner dei forni a legna ha visto esprimersi l’istrionico pizzaiolo itinerante siculo-americano Bernardo Garofalo, con la sua schiaccia alla mortadella d’asina, fiordilatte e tartufo; lasciando poi il palco ai Maestri Franco Pepe (Pepe in Grani, Caiazzo) e Renato Bosco (Saporè, Verona) per una batteria di pizze gourmet, napoletane e nordic-style, davvero insuperabili per fragranza, condimenti e impasti.

Fuoco si è concluso nel modo più vero e coerente del caso, raccogliendo tutti i partecipanti, cuochi e non, intorno al focolare di un’osteria simbolo di Buccheri: quella di U’Locale dell’antologico oste Pippo Formica e di suo fratello Sebastiano in cucina. Coccolati tra antiche mura in pietra e tavoli affollati di gioia conviviale, i piatti genuini e confortanti della tradizione siciliana hanno suggellato nella veste migliore gli intenti e lo spirito primigenio dell’evento.

Tornare alle radici, guardando avanti con avanguardia primordiale, senza dimenticare mai l’essenza originale del cibo e il rispetto per nostra Madre Natura.

30 settembre 2017 – www.fuocofoodfestival.it

Testo di Gloria Feurra

Foto di Gloria Feurra e Tapisco Restaurant

La porta è chiusa – pardon – il portone, verde bottiglia, per l’esattezza. Knock-knock: è permesso? Ore 12.30, minuto più minuto meno. Diciamo più. Lo testimonia la perlinatura sulla fronte, prova inconfutabile del trekking disperato nella scoscesa e perlinata salita in Rua Novo de Almada, a due passi dalla fermata di Baixa-Chiado. Lisboa, com certeza!

Non hai neppure il tempo di tamponare il sudore che già sei accomodato al tavolo con un rosé metodo classico Beira Atlântico gentilmente offerto da Gonçalo, ex controllore di volo delle forze aree portoghesi, prima di diventare sommelier. Deduco quindi che della puntualità ne faccia una questione di principio, eppure è così clemente…

Io e Henrique Sá Pessoa abbiamo di fronte carta bianca: io ho la penna accanto, pronta ad annotare; lui non ha restrizioni – anzi sì: no alle fave, morirei. Lui colmerà quel vuoto con un métissage di classe e sapienza, io con scarabocchi indecifrabili, nient’altro che una trasposizione grafica del mio caotico entusiasmo. Guardati attorno: rame, pietra, legno. Materia antica plasmata magistralmente dentro a uno spazio raffinato e contemporaneo. La luce naturale è garbata sui cristalli e sulle ceramiche portoghesi, come gentile è l’unica presenza femminile in sala, in camicia bianca e sneakers.

Alma è stato il primogenito di Henrique. Era il 2009 quando aprì dopo anni di gavetta in istituzioni quali Evo di Santi Santamaría a Barcellona, El Celler de Can Roca a Girona e il Tippling Club a Singapore. Si trascinò dietro tanto della sua formazione, proponendo una cucina portoghese d’avanguardia ibridata d’Oriente, dove la mission era quella di un’offerta in cui il rapporto qualità/prezzo sarebbe stato perfettamente equilibrato. E funzionò, oh, se funzionò: qualche anno dopo vinse il premio “Best Restaurant of the Year” per la Revista dos Vinhos, diventando una referenza onnipresente nella scena gastronomica lusitana. Ha scritto libri che sono diventati best-sellers e non ha disdegnato di mettere la faccia anche in TV. Nel frattempo ha incontrato pure Rui e Margarita Sanches, i due nomi dietro al gruppo d’investimento internazionale Multifood, con sede a Lisbona. La fiducia sul giovane Sá Pessoa si è tradotta nella realizzazione di due altri progetti: Cais da Pedra, affacciata sul Rio Tejo, nel 2013 e, solo un anno dopo, il cooking bar che porta il nome dello chef, nel cuore del Mercado da Ribeira. E mica trovò pace! Nel 2015 Alma cambia location diventando quello che oggi conosciamo e, tra le altre cose, cogliamo l’occasione per ricordare che quest’anno ha varcato l’ingresso nell’olimpo degli stellati.

Con il soccorso della memoria e delle foto, ho decifrato gli scarabocchi. Da Alma è accaduto quanto segue.

Parte I: Il benvenuto

Al principio fu un mare croccante, fatto di un Velo di alga posato su pietre stondate dalle onde. Accanto uno Shot di cetriolo e peperone verde, gelatina fresca ricordo di un gazpacho da buttare giù tutta d’un sorso. Alcol zero, eppure quel brivido… È ancora estate il 21 settembre, no? Seguì una Vellutata di pomodoro e cipolle pickled dove in cima svettava un crudo di branzino lavorato ad arte di Itamae. Ha reso il morso con la Tempura nera del peperone rosso da intingere in una maionese di paprika affumicata, effetto barbeque sauce: fuoco e carbone. Arrivò anche il tempo per il Gambero in brodo di lamponi e lime, da sorseggiare solo in un secondo momento, slurp. E come se il resto fosse noia, si annunciò: “Chef’s suprise!”. Capasanta, leche de tigre, purè di avocado e fili di cetriolo, dove una quinoa croccante ammazzò il mio pregiudizio sul superfood. Eleganza non ostentata.

Intramezzo

Pane – di grano antico, di mais e di segale, con burro e olio. Aggiungiamo che il burro è con il sale affumicato e l’olio, piccante, denso e persistente – tadan! – in etichetta porta il nome Alma. Insomma, salta fuori che Sá Pessoa è pure olivicoltore.

Parte II: Il crescendo

Total squid: la seppia galleggia con i pomodorini confit, i ceci e il crescione nel suo stesso brodo, tanto concentrato da richiedere di schiarire la gola di cucchiaiata in cucchiaiata, ma non per questo motivo sufficiente per mollare la presa. E ancora, Baby carrots glassate con miele e succo d’arancia, mousse di caprino spolverato di pistacchio e bulgur impreziosito da olio di cumino. Sentito il profumo d’oriente?

Parte III: L’approdo

Presa di mangalica ai ferri servita con chutney di banana, pickle di frutto della passione e salsa di miele piccante e – non abbiamo ancora finito – Rana pescatrice comoda sulla crema di zucchine e curry, con accanto il suo fegato e i gamberetti, plus tempura di fiori e schiuma di latte di cocco. Navigare oceani e attraversare continenti, Explorador Sá Pessoa.

Parte IV: Pasteis de nada 0, Telmo Moutinho 1

Pre-dessert in total green, nella collezione S/S ’17 firmata Alma: fiori freschissimi di Granny Smith, sorbetto di basilico e meringa di lime. L’acidità insieme alla bassa temperatura quasi ti fanno tirare indietro le orecchie, eppure, anche in questo caso, non riesci a smettere. Sarà legale questa roba che fanno, mi chiedo? S’incrociò pure il bosco, a Lisbona. Fragoline e lamponi fanno da corona, immerse nella loro stessa composta, e magnifica al centro, una meringa che racchiude un sorbetto di cocco. Abbiamo detto che il verde è il colore della stagione, no? Ed eccolo allora alternarsi al cocco disidratato il gelato di pistacchio, attorno alla sfera dolce. Sarà poi che Telmo Moutinho, promessa pastry chef nazionale dai trascorsi parigini, abbia rielaborato un proustiano ricordo dell’apple tart della nonna, quando propone una crostata con millefoglie di Granny Smith caramellate, umami e tostate, con caramello alla base, sorbetto di pesca accanto e la composta della stessa mela? Ah, la nonna… ma con un twist, come si dice.

Quella fu cucina dell’alma, per certo. Vuoi quindi non fare doppietta? La cena è da Tapisco, creatura nata all’alba del corrente anno. Levarsi dalla testa repliche del pranzo. Tapisco (Tapas Petiscos Vermutes, in sottotitolo) a nord del Bairro Alto, è un locale largo poco più del tipico tram, con una trentina di coperti fitti fitti tra tavoli e bancone. Omaggio catalano in salsa lisbonese, il concept è presto svelato: cucina iberica di altissima qualità, prezzi accessibili, piatti conviviali e code fuori dalla porta. Inzuppo nella maionese di lime la tempura di seppia e valuto, in base alla straordinaria consistenza del pesce, di farla protagonista del mio pasto. Paella nera di inchiostro di seppia con la stessa, il polpo, la maionese di lime e i gamberi grigliati e affumicati. Magistrale e golosa, XL, da condivisione. Da sorseggiare con un Silica Douro che getta nel mare più profondo le ancore. Lo spazio per il dessert non c’era affatto, ma in qualche modo s’è trovato. Mousse di cioccolato fondente con olio d’oliva, caviale e fleur de sel. Diabolico.

Due su due, caro Henrique.

Alma

Rua Anchieta, 15

Tel: +351 213470650

www.almalisboa.pt

alma@almalisboa.pt

Tapisco

Rua D. Pedro V, 81

Tel: +351 213420681

www.tapisco.pt

tapisco@tapisco.pt

Testo e foto di Amelia De Francesco

Cinque sono i mesi di lezione che gli allievi del Corso Superiore di Cucina (80 divisi in 4 sezioni da 20) seguono ad Alma, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana di Colorno, fondata nel 2004 da Gualtiero Marchesi. A questo periodo in sede, seguiranno altrettanti mesi di stage formativo presso oltre 600 importanti realtà della gastronomia italiana pronte ad accoglierli.

Ma parliamo dell’universo Alma. La struttura è quella splendidamente storica della reggia di Colorno, residenza estiva della nobiltà parmense (e poi napoleonica), recuperata nel corso degli anni ma che mantiene intatto il suo fascino da Piccola Versailles, come erano soliti chiamarla un tempo. Nei secoli la struttura ha avuto diverse funzioni, fra cui quella di ospedale psichiatrico, dismesso da ormai alcuni decenni. Qui gli unici “matti” rimasti sono quelli di Alma che hanno deciso di scommettere coraggiosamente sull’alta formazione specialistica di chef e pasticceri e di puntare dritto, partendo con un gruppetto di soli 17 studenti per arrivare oggi a 1200 alunni.

Ad Alma si va per seguire il Corso Superiore di Cucina, Pasticceria o Sala, che preparano al mondo del lavoro alternando pratica e teoria. Nelle aule della Reggia, che dispongono di postazioni attrezzate con fuochi (o induzione) e gli strumenti tecnici necessari, gli studenti due a due, affiancati per imparare la disciplina e come muoversi negli spazi di una vera cucina, sperimentano preparazioni base e piatti, in una carrellata esemplificativa del patrimonio gastronomico italiano. Lasciando spazio anche alle loro esperienze personali e alla cultura da cui provengono giacché, per inciso, in Alma si arriva a studiare da tutto il mondo. Un ristorante didattico da 400 coperti al giorno (con i pasti a buffet preparati per studenti e personale da gruppi di allievi, neanche a dirlo) e un ristorante fine dining, Mater, consentono di compiere un passo ulteriore dagli esercizi alla pratica. Completano l’offerta formativa le visite settimanali di illustri rappresentanti del mangiar bene italiano, che si raccontano e cucinano per e davanti agli allievi perché, come dice Gualtiero Marchesi, “l’esempio è la più alta forma di insegnamento”. Ci sono infine i Master in collaborazione con Ais dedicati alla Sommellerie e ai Manager della ristorazione, che seguono un loro percorso part time e di formazione specifica. Una biblioteca con oltre 14mila volumi è a disposizione degli studenti (gestita da Marino Marini, una vera e propria colonna portante di Alma!) e per chi frequenta i corsi di sala, bar e sommellerie è prevista la formazione in una cantina rifornita di bottiglie da tutta Italia.

L’evento delle Cene d’autore, al quale partecipiamo con piacere nella serata che vede come ospite Antonia Klugmann, è il saluto della Scuola agli alunni che partono la settimana successiva per lo stage, per fare ritorno ad Alma dopo 5 mesi per la consegna dei diplomi. C’è dunque aria di festa e una certa eccitazione palpabile che riempie la sala. Dalla mattina presto la chef Klugmann si è ritirata nelle cucine del ristorante Mater insieme a 20 alunni, guidandoli nella preparazione di un menu da lei ideato e interamente realizzato, sotto la sua supervisione, dai giovanissimi, emozionati e attentissimi a ogni indicazione. Altri loro colleghi saranno seduti ai tavoli per assaggiare il frutto del lavoro di una giornata (e imparare).

Il menu della serata prevede, oltre all’introduzione del General Manager di Alma, Andrea Sinigaglia, e alla partecipazione di Benjamin Zidarich con i suoi vini dal Carso, una carrellata di piatti, di cui alcuni in carta all’Argine a Vencò.

Si inizia con un Porcino e demi-glace di topinambur, dal sapore terreno e carnoso, per proseguire con la Lingua Salmistrata pesche e nocciole, da mangiarsi in un boccone complessivo o divertendosi per gioco a combinare i sapori (con effetti diversi e piacevolmente sorprendenti): lingua + pesca – lingua + nocciole. La Zuppa di moscardino, mais arrostito e gnocchi di polenta (con tenerume di zucchine) è una golosa incursione del pesce, in un menu che poi procede con i provocatori (lo dichiara la chef presentandoli) Raviolini ripieni di tarassaco e skuta, un formaggio delle sue zone. Un boccone di acidità compensato perfettamente dalle erbe a guarnire, fra cui lo sclopit e l’acetosella.

Si procede poi con il petto e coscia di faraona arrostiti, uva alla brace (cotta nel cartoccio e sì, servita calda!) finocchio al limone e salsa al pepe, che altro non è che una commovente riduzione di ali delle faraona a cui si aggiunge del pepe e panna. Facile a dirsi, difficile a descriverne la delicatezza decisa in bocca.

Chiude la cena un Sorbetto di abete, more, ganache di cioccolato bianco e tartufo nero, e qui siamo nel bosco e difficilmente dimenticheremo per il resto della serata l’audace e spiazzante persistenza di quei sapori.

La serata si chiude con un pensiero che Antonia Klugmann consegna, con la sua consueta umiltà, agli studenti che stanno per entrare nel mondo del lavoro, incantati dal suo carisma: li invita a restare con i piedi a terra, a perseverare nello studio e nella formazione, perché non si è mai certi, in un mestiere come questo, di fare la cosa giusta. Sempre in discussione, quindi e in cammino. Siamo certi che usciti da Alma se ne ricorderanno.

ALMA – La Scuola Internazionale di Cucina Italiana
Piazza Garibaldi, 26 – 43052 Colorno (Parma)
Tel. +39 0521.52.52.11

www.alma.scuolacucina.it

Testo di Gualtiero Spotti

Foto di Marco Varoli e Sara Rania

Dopo Popine, il pizzaiolo e cuoco di Secondigliano ha aperto Bijou a due passi dalla funicolare di Montmartre, ed è subito un grande successo.

Che per gli italiani la strada verso la Tour Eiffel fosse aperta da diverso tempo lo dicevano già i nomi di Tondo e Passerini, per non dire quello degli Alajmo. E dell’ultimo arrivato in ordine di tempo, il cuoco Michele Gioia, già stellato alla Posta Vecchia di Palo Laziale, che ha aperto da qualche giorno il ristorante Tosca all’interno dell’Hotel Splendid Royal. Mancava forse la creatività e l’estro applicata alla preparazione proveniente dal Bel Paese e riconosciuta in tutto il Mondo, la pizza, ma a pensarci è stato Gennaro Nasti da Secondigliano, tatuatissimo cuoco e pizzaiolo che ha approcciato la Ville Lumiere con Popine a Ménilmontant più di un anno fa e che, da qualche mese a questa parte, si è spostato verso il centro pulsante della città, a est di Pigalle e sotto Montmartre, nella cornice da bistrò di Bijou, in tutto trentacinque coperti con forno classico da pizza napoletana e selezione di piatti e vini di alta qualità.

Questo è certamente un angolo suggestivo, con la vista sul Teatro de l’Atelier e sulle prime rampe che conducono alla celebre Cattedrale, ma la magia continua all’interno del locale, dove si degustano pizze moderne, creative e di grande originalità, con farine Petra, impasti dove, tra gli altri, è prevista la farina di mais e 72 ore di maturazione (è il caso della Sushi, composta da piccoli rotoli di pasta farciti con nuvola di mozzarella, crema di zucchine e il tocco finale dell’olio al Gin Tonic che va a profumare delicatamente la pizza) e, una volta tanto, per fortuna diciamo noi, la totale assenza di orpelli folkloristici da italiano all’estero per quanto riguarda l’arredamento della pizzeria.

Bijou, il cui nome nasce dalle prime scorribande parigine di Gennaro (“parlando tutti mi salutavano dicendo “bisou”, che significa baci, e io pensavo che dicessero bijou…”), propone pizze gastronomiche con charcuterie ineccepibile sia che si tratti di utilizzare le alici e le mozzarelle, oppure il San Marzano e il Corbara come pomodoro e l’olio pugliese di Muraglia. Tutto passa attraverso il vaglio di Gennaro Nasti che ha avuto anche l’idea di omaggiare i francesi creando un impasto di semola di grano duro con il 70% di base Champagne e dodici ore di lievitazione. Una scommessa vinta in attesa di pensare ad altro, visto che il vulcanico pizzaiolo sta già meditando di spostare la sua attenzione su Barcellona per un nuovo progetto gastronomico.

Nel frattempo un passaggio da Bijou lascia nella memoria ricordi piacevolissimi, anche per chi vuole viaggiare con la fantasia. Magari verso altri territori regionali. Per questo si può scegliere, ad esempio, la Perlina, una pizza dalle suggestioni sicule e preparata con pasta 100 % Petra 9, melanzane, stracciatella, crema di melanzane, pomodori, mandorle e scorze di limone. Ma non disperino i tradizionalisti, qualche classica immortale si trova sempre in carta. Certo, bisogna entrare nell’ordine di idee di ricevere una pizza gourmet, molto lontana da quelle del 90 per cento delle classiche pizzerie, anche in Italia. I prezzi qui sono sopra la media di una normale pizzeria, ma la soddisfazione non ha eguali. Da Bijou si esce sempre con il sorriso stampato sul volto.

Bijou

10, Rue Dancourt, Parigi

Tel. +33 1 42 57 47 29

www.facebook.com/bijoupizzeriagastro/

Testo e foto di Greta Contardo

Cheese 2017 seconda parte: gli assaggi. Per saperne di più sulla manifestazione dal nostro punto di vista date una letta a ‘Caciodiversità’, ovviamente su questo blog.

La Francia è la culla degli affinatori. Composti, eleganti, in divisa bianca, ben pettinati con i premi vinti in esposizione, propongono con charme e patriottismo l’inventario classico francese senza fricchettizzazioni. Che in effetti a nulla servono quando si producono quei Comté, Roquefort e Chèvre che sanno esattamente di quel che si può immaginare. Ma c’è un’eccezione, un produttore ormai mitologico delle fiere targate Slow Food: Marayn De Bartassac, formaggiaio della Guascogne che conserva i suoi formaggi, a volte con erbe e spezie, in grotta sotto paglia e foglie e li espone in ordinate cassette. Tutti forti, alcuni fortissimi, sono grezzi tanto da sembrare fossili, fatti a mano senza ausilio di formine sono tutti unicamente unici. Come lui che te li fa assaggiare in piccolissime scaglie, perché si tratta di formaggi intensi, un concentrato di profumi, un’esplosione di sapori mai aggressivi, indimenticabili.

Neal’s Yard Dairy, London’s foremost cheese store. I monumentali Cheddar, Cheshire, Red Leicester, Stichelton e amici non passano inosservati e inassaggiati. E nemmeno i loro selezionatori che li raccontano e li cantano tra sorrisi e ganasce rosse. “Spicca l’amaro in alcuni, di cardo vegetale?”. Chiedo. “Si ma non solo”, mi rispondono. Di fiori di violetta, menta ed erba cipollina; buongustaie le vacche inglesi. Identità britannica con un piglio tutto francese e sentori di caramello bruciato.

Per i norvegesi il burro è più prezioso dell’oro. Sarà per questo che di burro ne hanno brevettato una versione dannatamente golosa, a mo’ di formaggio: uno strano e bruno, conosciuto come Geitost, prodotto con siero caprino e crema di latte vaccino, cotto anzi caramellato per almeno otto ore e raffreddato in apposite scatole di legno. Lo si mangia spalmato su fette di pane caldo, come si fa con il burro, come piace ai norvegesi, con quella punta di golosità al mou che il burro lo fa scordare.

Per il Cheddar Artigianale del Somerset ci sono i rappresentanti della England West Country a rivaleggiare con il re del Cheeseburger, nato proprio nella loro contea. Quel formaggio dolciastro, che si scioglie in bocca o sull’hamburgher che loro presentano in versione autentica… altro che fast food! Da sogno. E ridono, felici con il loro formaggio giallo paglierino.

Allo stand de Les Fermiers Bascobernais un simpaticissimo signore con cappello basco incanta le genti con fare francese e accento spagnolo. I suoi sono i formaggi ai sapori dei Pirenei, a pasta pressata non cotta, di latte di pecora in prevalenza come da tradizione pastorale millenaria. Precisissimi nelle forme e nei tagli e con “...fleur, beurre, omega trois, 14 mesos, el sabor es corto, bueno y fuerte”.

Kaeskuche dalla Germania propone il “What mountains produce”. Un formaggio a pasta pressata d’alpeggio stagionato in fiori eduli dai mille colori primaverili. So pretty, come gli abitini bavaresi delle signorine che li vendono. Viene quasi da cercare Heidi nascosta tra una forma e l’altra.

Gourmet Food International, American Original. Come gli Usa, i formaggi statunitensi sono un crogiuolo di etnie. Produzioni di varie tradizioni europee, dal Gouda olandese al Blue irlandese, a quello avvolto da foglie di vite imbevute di brandy alle pere, con latte di vacche d’origine scozzese alimentate nei pascoli di tutt’America. Identità ibrida.

Tante, tantissime le personalità degli italiani. C’è chi lo fa strano, o almeno che sembra strano come gli affinatori della Val Chiusella, Le Tome di Villa, e i loro tanti modi di intendere la toma. Tra il funky e l’hipster, molto cool, con gusto marcato, sono stagionali, esteticamente curate e con crostoni ruvidi e più o meno scuri, d’impatto. I sapori vanno dal simil-latte morbido allo stalla intenso.

Poi c’è chi lo fa secondo antichissima tradizione come lo Stracchino delle Valli Orobiche, che torna a essere il cacio stanco di un tempo, che si produceva nei momenti di sosta lungo i percorsi di transumanza. Un prodotto veloce da preparare, senza scaldare il latte e senza lunghi tempi di coagulazione, dal tipico sapore inconfondibile che va dal suadente cremoso del sottocrosta al pungente del cuore più compatto. A rappresentarlo ci sono i suoi produttori, tutti d’un pezzo e d’orgoglio di storia e stracchino vero. Che rammentano l’attenzione che mettono nella loro produzione: i loro stracchini non scappano, cioè non perdono la forma quadrangolare.

La resistenza casearia passa dai tanti giovani, per fortuna, che con i loro sorrisi e le loro simbiosi con le forme stanno riportando e mantenendo in vita le tradizioni casearie più o meno millenarie. Tra gli artigiani del Graukäse della Valle Aurina, formaggio tirolese acido prodotto senza caglio fatto con il latte in avanzo dalla produzione di burro c’è un giovanissimo casaro che tra i tanti formaggi grigi ad amarezza variabile dedica ore a raccontare delle evoluzioni del suo esperimento di capra, morbido e tenero come lui, che non sai se è perché ti ha intenerito la sua storia o perché è davvero così suadente quel formaggio.

Non sono mancati poi i momenti di CheeseMixology, di scambio e interazione tra produttori di vallate lontanissime nelle mappe geopolitiche. La fontina si baratta con il pecorino pungente, la mozzarella con l’erborinato e si discute di pascoli, mungiture e coagulazioni. #Make Cheese Not War, viene da pensare. E #Cheese for Life, #Last Night a Cheesemonger saved my life. Esattamente come cita la T-shirt di una affinatrice americana.

P.S. Checché se ne dica, il latte crudo non ha controindicazioni. Testato dai 300 000 avventori di Cheese che di formaggio hanno solo goduto senza effetti collaterali.

Testo di Greta Contardo

Foto di Greta Contardo e Photo Gallery Slow Food

15-18 (settembre, nessun rimando alla Prima Guerra Mondiale): Bra è tutta un Cheese. Un Festival biennale dedicato all’approfondimento dell’arte casearia di tutto il mondo e una fiera dei caci di questo e quell’altro globo, a cura di Slow Food. Non si mangia e compra soltanto, ma si coglie l’occasione per discutere dei cambiamenti climatici in corso d’opera a tutte le latitudini e dei cambiamenti di produzione che ne devono conseguire, del ruolo centrale dei migranti nelle produzioni casearie di cui la massa mangiante è all’oscuro, di multinazionali alla conquista delle Dop, di benessere e alimentazione animale, di fertilità del suolo, di pratiche di igiene e tecniche agronomiche sostenibili e corrette.

Chiaramente però il formaggio è dappertutto: nei Laboratori del Gusto associato a bevande per trasmettere la cultura dei latticini di qualità, negli Appuntamenti della Piazza della Pizza come coprotagonista in storie di impasti, farine e lievitazioni attuali e di un tempo, nella pasta o sulla pasta allo stand del Pastificio di Martino, tra gli ingredienti dei sorbetti lattati dei maestri gelatieri nei Laboratori del Gelato e nelle specialità per l’occasione delle Cucine di Strada a marchio registrato per citarne alcuni.

Ma a destra e a manca delle vie del centro è alla Latte Crudo Revolution che si inneggia senza sosta: No ai formaggi anonimi, sono ammessi in scena a Cheese 2017 solo i formaggi cosiddetti naturali ovvero i derivati del latte non sottoposto a trattamento termico superiore ai 40 gradi, confezionati senza ausilio di fermenti industriali e che fanno affidamento alla sola salatura per la loro conservazione. Sono più buoni, più complessi, più interessanti: sono l’espressione autentica di una delle tradizioni gastronomiche più multietniche e legate al territorio di appartenenza che ci sia, vantano una storia produttiva tra ingegni e qualche pizzico di casualità che risale alla notte dei tempi.

Sono arte, stili di vita, cultura, patrimonio e paesaggio amato in una coevoluzione tra il sacro latte e il rispettivo microbiota con sapori, aromi, complessità annesse e tutti benefici nutrizionali dei cas(c)i viste le elevate percentuali di omega 3 e probiotici presenti nei suddetti individui.

Dire che la differenziazione biologica tra formaggi della stessa natura (a latte crudo) in relazione alle condizioni ambientali, microbiotiche e sociali è infinita è un eufemismo. La Caciodiversità è un ecosistema a se stante in cui l’equilibrio degli innumerevoli gusti è direttamente proporzionale alla quantità, qualità e varietà di fieno, fiori ed erbacce che alimentano gli animali. E ai cheesemongers perché quando di latte crudo si tratta è la personalità delle persone del formaggio (pastori, casari, affinatori e selezionatori) a fare la differenza.

Non è un mistero che a volte cani e padroni presentino caratteristiche caratteriali ed estetiche simili (teoria ripresa anche da Walt Disney nel cartoon ‘La Carica dei 101’). Ecco, aggirandomi con fare curioso (e gomiti alti per affrontare la calca di cheeselovers) ho notato che la stessa similitudine è applicabile agli artisti del formaggio e ai loro gioielli di latte. L’allevatore ne definisce i geni, il casaro la personalità, l’affinatore l’anima e il selezionatore ne cura l’estetica. Tale cacio, tale formaggiaio.

N.B. Ogni pezzo è unico, non concepisce imitazioni. È oggetto di un’attenzione particolare dalla fabbricazione alla stagionatura. Ho provato per credere, e non uno dei presenti aveva gusto neutro, aspetto malaticcio o effimera importanza. Stay tuned! Presto su queste pagine qualche assaggio.

To be continued…