Testo e foto di Gloria Feurra

“Tutto su Copenaghen” si legge nel programma della domenica. Pretenziosetto, penso. Poi lo scetticismo incontra Henrik Thierlien, l’uomo della Wonderful Copenaghen (quell’agenzia responsabile del CC&FF di cui abbiamo parlato qui) e in meno di un minuto il cicerone spazza via la sfiducia. “I know this city better than anyone else”. Cammina svelto e con il sorriso anche sotto la pioggia, solleva in aria l’ombrello a metà strada tra guida turistica e Gene Kelly in Singin’ in the rain.

Si parte da Israels Plads, caffè to go fumante, in direzione sud-ovest. Henrik parla a ruota libera di che donna straordinaria sia la monarca danese, regina osannata di grande cultura e visione, di quanti party furiosi siano stati commessi qualche ora prima, nel clou della pride week di CPH, o ancora del sentimento di stupore e candore che tutt’oggi prova ogni volta che mette piede dentro Tivoli. Rapido, senza fermate o dubbi, instancabile, vivo.

Chi arriva ultimo si perde le storie di Thierlein!

A) Kiin Kiin è stato il primo ristorante Thai che nel 2008 ha scalato l’olimpo delle stelle pneumatiche. La tecnica è francese ma le capriole scanzonate dolce/salato con una verve tangy parlano chiaramente il tailandese. Da unico spot oggi Kiin Kiin è diventata una religione celebrata in altri 3 luoghi di culto: VeVe, anima vegetariana che mescola cucine all around the world; BAO BAO, dove i buns sono da condivisione e, last but not least, SEA.

Dieci o poco più sono le scale per scendere in uno spazio che odora di speakeasy anni ’30 ad Honk Kong – io mai stata, ovviamente, ma così dicono – contenuto in una storica warehouse. Henrik Yde, papà di Kiin Kiin, scandinavo col cuore in oriente, dall’inizio alla fine ci accompagna in un menu che è una scoscesissima verticale. L’omelia parte con qualcosa come 7 benvenuti carne/pesce/dolce/salato in una sequenza talmente rapida che il millesimato in confronto è un biberon per poppanti. Mica scemo Yde, penso, che ha stordito gli ospiti a dovere così da infliggere algido il colpo di grazia. È un menù che esplora il Sudest asiatico intero strizzando sempre l’occhio al savoir-faire del continente vecchio, che compiace e piace. Eccellenti i Boccoli di carota brasati con noodles di gamberetti, tamarindo e lemongrass e in egual misura il Banana bread con latte di cocco e caramello, ruffiano e adorabile come i barboncini al guinzaglio che intravedo passare dalle finestre che danno sulla strada (avete presente Bianca, nel monologo finale dove Moretti, in carcere, specula sulle scarpe e sulla vita? Ecco). Allora chapeaux al nostro Henrik II (Yde), outsider nell’universo della New Nordic, con una storia di successo imprenditoriale tutta personale.

Henrik I ci aveva ovviamente messo lo zampino. “Fa presto”, dice all’omonimo II. Siamo di nuovo sotto la pioggia, sebbene più clemente.

B/C) Siccome il Noma non c’è più, allora piuttosto che fare leva sulla nostalgia, il nostro guru/guida batte la strada dell’entusiasmo per le nuove generazioni di fratelli e sorelle del compianto. Un salto da Barr, aperto da poco più di un mese, dove Thorsten Schmidt con la grazia e benevolenza di René il Magnifico sta servendo cucina delle genti del Mare del Nord (non solo Scandinavia quindi, ma anche Benelux e Isole Britanniche). Benissimo, solo che non ci siamo mica dimenticati di essere scappati da SEA senza caffè. Sarà mai una pecca organizzativa che ci farà ricordare che anche loro sono umani? No, non lo sono. È il 108 a servircelo, accompagnando il sorso da una esaustivissima selezione di pasticceria. Kristian Baumann, giovanissimo e carinissimo chef e co-proprietario, ci accoglie e chiacchiera lungo tutto il coffee break, come se non avesse altre due milioni di cose a cui badare prima della cena. Il posto sta nello storico quartiere di Christianshavn Harbour, dove un ponte gettato 20 giorni prima dell’apertura del ristorante, nel luglio del 2016, e riservato a pedoni e ciclisti ha già ridisegnato le sorti del quartiere o più ampiamente del tessuto urbano. Ma siccome nel numero 18 di Cook_inc. di Baumann e di 108 ne parla già Petrini, allora io vi invito calorosamente ad approfondire là il discorso… Andiamo via con una schiscetta di dolci danesi buoni e burrosi dai nomi impronunciabili.

Allora Henrik, che sta sempre calvando l’onda naïf e ottimista dice: “è un cantiere, certo, ma andiamo a darci un’occhiata”.

D/E) Refshaleøen è una promenade atipica, malinconicamente seducente. Magazzini e rimessaggi di barche, ex fabbriche navali e piccoli meli carichi di frutti lungo tutta la passeggiata. Noma 2.0, tra la fine di questo e l’inizio dell’anno che verrà, aprirà le porte ospite di un vecchio deposito di mine. Dentro i graffiti verranno lasciati tali e quali mentre il resto sarà nella testa e nelle mani de “La” firma danese dell’architettura: BIG. Ogni hut una funzione, quasi a creare un villaggio: quello per la griglia, quello per il forno, quello dove si fermenta, dove si mangia, dove sta il vino, quello dove stanno i camerieri e quello dove sarà la private dining. Redzepi pianifica una trasformazione in chiave green di tutta l’aria: orti sui tetti e attorno, gettando nuova e buona terra o, perché no, sull’acqua, con un progetto di orto galleggiante. Loro lavorano, noi aspettiamo. Proseguendo verso sud s’incrociano sempre più Christiania bike. Siamo davvero prossimi alla Città Libera. Henrik, più come monito che come suggerimento, dice: metti dentro la Canon e osserva con ingordigia e stupore questa civiltà.

La tabella di marcia si distende, i piedi si susseguono più lentamente. Sembra esserci tutto il tempo del mondo prima di cena. Invece è tramonto.

F) Cena in cima all’iconica torre di controllo a Knippelsbro, nata nel 1937 per il controllo del ponte che diventa oggi, sotto la spinta di due lungimiranti giovanotti, una Cultural Tower dove un massimo di 14 ospiti sul balcone può consumare una cena con vista a 360° sull’intero porto, partecipare a eventi legati al cinema, alla radio, a convegni elitari o mostre. La nostra è una cena pop-up con tapas e vini offerti da Rosforth & Rosforth (i fornitori ufficiali di tutta la famiglia allargata del Noma). Qualcuno potrebbe lamentarsi dello spazio ridotto ma, hey, guarda là fuori, che incanto. Saranno poi le dimensioni così ridotte e il sentimento di meraviglia che danno all’esperienza quella diffusione di convivialità quasi mistica che ci fa sentire un unico grande animale che respira, come un certo Nori scriveva.

Non sarà certo stata “tutta” Copenaghen, ma io quella sera sono andata a letto felice, carica ed esausta insieme, come se quei ponti attraversati durante il giorno li avessi costruiti io, da sola, in una notte.