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“ALL” ABOUT COPENAGHEN

Testo e foto di Gloria Feurra

“Tutto su Copenaghen” si legge nel programma della domenica. Pretenziosetto, penso. Poi lo scetticismo incontra Henrik Thierlien, l’uomo della Wonderful Copenaghen (quell’agenzia responsabile del CC&FF di cui abbiamo parlato qui) e in meno di un minuto il cicerone spazza via la sfiducia. “I know this city better than anyone else”. Cammina svelto e con il sorriso anche sotto la pioggia, solleva in aria l’ombrello a metà strada tra guida turistica e Gene Kelly in Singin’ in the rain.

Si parte da Israels Plads, caffè to go fumante, in direzione sud-ovest. Henrik parla a ruota libera di che donna straordinaria sia la monarca danese, regina osannata di grande cultura e visione, di quanti party furiosi siano stati commessi qualche ora prima, nel clou della pride week di CPH, o ancora del sentimento di stupore e candore che tutt’oggi prova ogni volta che mette piede dentro Tivoli. Rapido, senza fermate o dubbi, instancabile, vivo.

Chi arriva ultimo si perde le storie di Thierlein!

A) Kiin Kiin è stato il primo ristorante Thai che nel 2008 ha scalato l’olimpo delle stelle pneumatiche. La tecnica è francese ma le capriole scanzonate dolce/salato con una verve tangy parlano chiaramente il tailandese. Da unico spot oggi Kiin Kiin è diventata una religione celebrata in altri 3 luoghi di culto: VeVe, anima vegetariana che mescola cucine all around the world; BAO BAO, dove i buns sono da condivisione e, last but not least, SEA.

Dieci o poco più sono le scale per scendere in uno spazio che odora di speakeasy anni ’30 ad Honk Kong – io mai stata, ovviamente, ma così dicono – contenuto in una storica warehouse. Henrik Yde, papà di Kiin Kiin, scandinavo col cuore in oriente, dall’inizio alla fine ci accompagna in un menu che è una scoscesissima verticale. L’omelia parte con qualcosa come 7 benvenuti carne/pesce/dolce/salato in una sequenza talmente rapida che il millesimato in confronto è un biberon per poppanti. Mica scemo Yde, penso, che ha stordito gli ospiti a dovere così da infliggere algido il colpo di grazia. È un menù che esplora il Sudest asiatico intero strizzando sempre l’occhio al savoir-faire del continente vecchio, che compiace e piace. Eccellenti i Boccoli di carota brasati con noodles di gamberetti, tamarindo e lemongrass e in egual misura il Banana bread con latte di cocco e caramello, ruffiano e adorabile come i barboncini al guinzaglio che intravedo passare dalle finestre che danno sulla strada (avete presente Bianca, nel monologo finale dove Moretti, in carcere, specula sulle scarpe e sulla vita? Ecco). Allora chapeaux al nostro Henrik II (Yde), outsider nell’universo della New Nordic, con una storia di successo imprenditoriale tutta personale.

Henrik I ci aveva ovviamente messo lo zampino. “Fa presto”, dice all’omonimo II. Siamo di nuovo sotto la pioggia, sebbene più clemente.

B/C) Siccome il Noma non c’è più, allora piuttosto che fare leva sulla nostalgia, il nostro guru/guida batte la strada dell’entusiasmo per le nuove generazioni di fratelli e sorelle del compianto. Un salto da Barr, aperto da poco più di un mese, dove Thorsten Schmidt con la grazia e benevolenza di René il Magnifico sta servendo cucina delle genti del Mare del Nord (non solo Scandinavia quindi, ma anche Benelux e Isole Britanniche). Benissimo, solo che non ci siamo mica dimenticati di essere scappati da SEA senza caffè. Sarà mai una pecca organizzativa che ci farà ricordare che anche loro sono umani? No, non lo sono. È il 108 a servircelo, accompagnando il sorso da una esaustivissima selezione di pasticceria. Kristian Baumann, giovanissimo e carinissimo chef e co-proprietario, ci accoglie e chiacchiera lungo tutto il coffee break, come se non avesse altre due milioni di cose a cui badare prima della cena. Il posto sta nello storico quartiere di Christianshavn Harbour, dove un ponte gettato 20 giorni prima dell’apertura del ristorante, nel luglio del 2016, e riservato a pedoni e ciclisti ha già ridisegnato le sorti del quartiere o più ampiamente del tessuto urbano. Ma siccome nel numero 18 di Cook_inc. di Baumann e di 108 ne parla già Petrini, allora io vi invito calorosamente ad approfondire là il discorso… Andiamo via con una schiscetta di dolci danesi buoni e burrosi dai nomi impronunciabili.

Allora Henrik, che sta sempre calvando l’onda naïf e ottimista dice: “è un cantiere, certo, ma andiamo a darci un’occhiata”.

D/E) Refshaleøen è una promenade atipica, malinconicamente seducente. Magazzini e rimessaggi di barche, ex fabbriche navali e piccoli meli carichi di frutti lungo tutta la passeggiata. Noma 2.0, tra la fine di questo e l’inizio dell’anno che verrà, aprirà le porte ospite di un vecchio deposito di mine. Dentro i graffiti verranno lasciati tali e quali mentre il resto sarà nella testa e nelle mani de “La” firma danese dell’architettura: BIG. Ogni hut una funzione, quasi a creare un villaggio: quello per la griglia, quello per il forno, quello dove si fermenta, dove si mangia, dove sta il vino, quello dove stanno i camerieri e quello dove sarà la private dining. Redzepi pianifica una trasformazione in chiave green di tutta l’aria: orti sui tetti e attorno, gettando nuova e buona terra o, perché no, sull’acqua, con un progetto di orto galleggiante. Loro lavorano, noi aspettiamo. Proseguendo verso sud s’incrociano sempre più Christiania bike. Siamo davvero prossimi alla Città Libera. Henrik, più come monito che come suggerimento, dice: metti dentro la Canon e osserva con ingordigia e stupore questa civiltà.

La tabella di marcia si distende, i piedi si susseguono più lentamente. Sembra esserci tutto il tempo del mondo prima di cena. Invece è tramonto.

F) Cena in cima all’iconica torre di controllo a Knippelsbro, nata nel 1937 per il controllo del ponte che diventa oggi, sotto la spinta di due lungimiranti giovanotti, una Cultural Tower dove un massimo di 14 ospiti sul balcone può consumare una cena con vista a 360° sull’intero porto, partecipare a eventi legati al cinema, alla radio, a convegni elitari o mostre. La nostra è una cena pop-up con tapas e vini offerti da Rosforth & Rosforth (i fornitori ufficiali di tutta la famiglia allargata del Noma). Qualcuno potrebbe lamentarsi dello spazio ridotto ma, hey, guarda là fuori, che incanto. Saranno poi le dimensioni così ridotte e il sentimento di meraviglia che danno all’esperienza quella diffusione di convivialità quasi mistica che ci fa sentire un unico grande animale che respira, come un certo Nori scriveva.

Non sarà certo stata “tutta” Copenaghen, ma io quella sera sono andata a letto felice, carica ed esausta insieme, come se quei ponti attraversati durante il giorno li avessi costruiti io, da sola, in una notte.

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SEED EXCHANGE – “Real people talk about real stuff”

Testo e foto di Gloria Feurra

È trascorso circa un anno da quando Christian Francesco Puglisi si è detto: “metto su una fattoria in quel pezzo di terra là, ad ovest della città”. A Lejre, 40 km virando a ovest da Copenaghen, la sua conquista del west, la terra promessa. Farm of Ideas l’ha chiamata, il suolo giusto dove piantare e raccogliere i frutti migliori. Si estende lungo 20 ettari questa fucina agricola di idee e cibo, racchiusa entro un possedimento che conta qualcosa come 1.400 campi da calcio.

“È stato il primo posto in cui abbiamo pensato di insediarci, anche in base a un semplice assunto economico: partire da zero immaginando una realtà di queste dimensioni, con queste infrastrutture e questi macchinari, avrebbe richiesto un tempo di ammortamento immenso. Parliamo di investimenti che si aggirano attorno al milione di euro. Flessibilità e liquidità sono stati i pilastri della scommessa: la scelta è stata quella di bypassare l’acquisto battendo invece la strada del leasing”.

20 mucche, 8 maiali, 200 galline e due ettari per i vegetali, sperimentazione agronomica inclusa. Lo abbiamo già detto, vero, che tutto questo è iniziato solo un anno fa?

Non fatevi trarre in inganno dalla carnagione bronzea e dal sorriso del mascalzone latino del Puglisi: è uno dritto, un genio imprenditoriale, una persona concreta stipata di idee salde. È capace di affascinare mentre disincanta. Siccome ad esempio lui lo sa benissimo che quando arrivi nella sua nuova creatura non puoi fare a meno di commentare com’è bello, com’è innocente, com’è astratto, com’è idilliaco quel posto, allora lui uccide il candido entusiasmo. “No” – dice – “non è questo il punto”.

“Questa non è un’idea romantica. È un’idea pragmatica. Per me l’obiettivo è la qualità e se posso trovare un modo per ottenere qualità più alta (della materia prima, N.d.A.) lo perseguo. Non voglio comunicare tramite immagini bucoliche mie o del mio staff intenti in un campo a raccogliere i cavoli, a mettere le uova nel paniere e, che so, a scollinare con un bidone di latte appena munto… voglio dire: succede, ma non è il discorso di fondo”.

Il suo pentagono Relæ, Manfreds, Mirabelle, BÆST e Rudo si approvvigiona ogni santissima mattina dei prodotti della Farm (uova, latte e vegetali) senza però disperare all’idea che questo non sia un ciclo chiuso con autosufficienza al livello 100%. Solo i prodotti con il valore aggiunto, insuperabili per qualità o per la specificità della varietà, entrano in cucina.

Il posto, dice, genera una forte sinergia tra il mondo rurale e quello urbano, tra il settore dell’agricoltura e quello della cucina. C’è uno scambio, osserva, il cui il risultato è molto più della mera somma delle singole parti. Il 19 e il 20 agosto si è celebrato questo assioma gestaltiano del cibo.

Seed Exchange ha promosso uno scambio simbolico e reale. Scambio di semi in senso figurato e reale. Il programma è fitto. Saggio riempire lo stomaco prima di ogni altra attività. L’harvest picnic, su di un morbido colle, mette sotto un festoso tendone circense un eccellente team per colmare il cesto di vimini di ghiotte portate. Voilà:

Frank “Bonderøven” Erichsen è super intento a zangolare del burro da servire abbondante con il sourdough di Mirabelle; il guru Claus Meyer è come se ti invitasse nel suo cortile, proponendo un’insalata di patate dolcissime; Matt Orlando offre abbondanti porzioni di insalata di pollo accompagnati dal celeberrimo pane di patate fermentate di Amass; spalla contro spalla lavora pure Jock Zonfrillo, salad pasta con peperoni, con un seasoning che spiazza e giù di roselline sottili di guanciale; Poul Lang Nielsen serve i suoi paté di fegato e salsicce fresche. Quando si dice “suoi” non è un eufemismo, considerando che quella è la carne dei suoi maiali e quella è la ricetta di sua madre. Il sourdough è sempre lo stesso e i semi di senape da spalmare sopra si sprecano; Alberto Carretti plus coniuge affettano a un ritmo hardcore la loro coppa e, giusto accanto, l’offerta di vini Vinikultur chiude il cerchio in meraviglia con calici strepitanti/osi.

Teli picnic stesi, il duo contrabasso/sax a un metro, sole che viene e sole che va, aria buona. Vuoi non dirglielo a Puglisi di quanto è bello, innocente, astratto e idilliaco ‘sto posto?

Cominciano workshop e dibattiti, alcuni dei quali solo in danese, e la partecipazione è alta – complice anche la navetta gratuita che viene e che va dalla città per raggiungere l’evento. Come è stata più che alta la partecipazione al talk tra Zonfrillo, Sean Brock, Carlo Petrini e Darina Allen, dove si è parlato di biodiversità ancorandola a storie di vita vera. Carlin on fire, che accende tanto gli animi da farmi temere che le scintille inneschino dei fuochi tra le balle di foraggio su cui la platea sta appollaiata. La Allen più mediatica che mai, racconta di quanto basilare sia l’approccio alla materia della sostenibilità all’interno della sua Ballymoloe Cookery School, dove in Irlanda e non so solo diventa diktat. Si parla dell’Australia aborigena di Zonfrillo e della nonna di Sean Brock, seed savers esemplari, e gli auditori si riempiono la faccia di espressioni di coinvolgimento e stupore.

Dopo gli applausi scroscianti è tempo di banchettare ancora. Scocca l’ora del BÆST farm pop-up banquet. La delocalizzazione della world-famous pizza avviene dentro al vecchio granaio dove appositamente è stato installato un ruggente forno Ferrari. Anima latina lascia spazio a un live di clarinetto e insieme ai vini ossidativi arrivano le prime portate: salamoie delle verdure cresciute negli orti che ci circondano, ‘nduja e ciccioli da spalmare sul sopracitato pane di Mirabelle, mozzarelle appena filate e poi, eccole, le protagoniste: margherite da copione e bianche con insalata croccante e scaglie di pecorino. Skål!

Ma senti, Christian, lo rifai questo Seed Exchange? “Se me lo avessi chiesto ieri ti avrei detto di no, se me lo chiedi oggi ti dico che magari diventa un appuntamento biennale, se me lo chiedi domani… beh, sì”.

 

https://farmofideas.dk/seedexchange/

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COPENHAGEN COOKING & FOOD FESTIVAL

Testo di Gloria Feurra

Foto Press Office Copenhagen Cooking & Food Festival

 SAVE THE DATE, hanno annunciato ben compiaciuti. Avete ancora qualche giorno per anticipare il cambio stagione dell’armadio rispolverando la giacca a vento The North Face e rimbalzare nella città natale della New Nordic. Copenhagen, København per gli sfrontati pronunciatori nostrani. Il CC&FF, dal 18 al 27 di agosto, è – udite udite – la kermesse paradiso dei cibaioli del mondo intero.

— Photo: Rasmus Flindt Pedersen, (+45) 41604460, rasmus@flindtpedersen.com, www.flindtpedersen.com —

Qualche dritta da chi c’è già passato, aka i must have del festival – che Gioia e Grazia ci fanno un baffo: sneakers, caricabatteria portatile smartphone, occhiali da sole e ombrello da sfoggiare ad intermittenza. Bene, ora scendiamo nei dettagli.

A parte che questa è la tredicesima edizione del festival, che rimbalza tra le mani di almeno due colossi organizzativi come Wonderful Copenhagen e F.O.O.D. e che loro sono bravi e belli o viceversa; a parte che per la prima volta, quest’anno, gli eventi non si spartiscono solo a macchia di leopardo per l’intera città ma trovano headquarter nel pulsante centro downtown di Israels Plads (magari vi dice qualcosa il mercato di Torvehallerne, mecca dei The Coffee Collective amateurs ma non solo) e a parte che… okay, i dettagli. Partiamo da una cosa facile: cosa fare.

— Photo: Rasmus Flindt Pedersen, (+45) 41604460, rasmus@flindtpedersen.com, www.flindtpedersen.com —

Potreste scegliere di godere di una cena in cima all’iconica torre di controllo a Knippelsbro (state bene attenti che ne riparleremo a breve), oppure scegliere la direzione opposta verso The Cisterns, 10 metri sottoterra nell’idilliaco Søndermarken per un’esperienza letteralmente profonda tra arte e cucina giapponese. Nessuno vieta gitarelle fuoriporta. Avete voglia di incontrare il produttore da cui René si approvvigionava di carote? Sarà contento di accogliervi. Atro? Allora iniziamo facendovi rosicare a dirvi di quello che, ahivoi, già vi siete persi.

— Photo: Rasmus Flindt Pedersen, (+45) 41604460, rasmus@flindtpedersen.com, www.flindtpedersen.com —

Il 18, ad esempio, c’è stato un barbecue party con cocineros quali: Morten Falk, la scommessa danese del Bocuse d’Or che, posseduto da un riff africano, ha proposto degli spiedini di agnello speziato con mais e burro di harissa, sgelando l’aria scandinava di almeno 5°C; il former sous chef del Noma e l’head chef del Taller Karlos Ponte, tanto giovane quanto nostalgico, che ha impacchettato dentro una foglia di banano il nasello e ha schiaffato sulla griglia pure l’amarillo, le patate, della yuca e mai sia che manchi la pannocchia – e mentre gioviali si sgranocchiava, il fischiettio di un motivo simil-yoropo cominciò a levarsi nell’aria… ; Henrik Jyrk, ovvero il BBQ king dell’intero regno della Danimarca, celebra a modo suo la monarchia: flatbread a leeentissima lievitazione con un cappello di fungo[1] affumicato in griglia, erbe aromatiche e – rullo di tamburi – spolverata di formiche dall’isola di Sylt. Non furono certo meno i botti per Thomas Laursen, il forager ufficiale di Geranium, Noma etceterà. È non a torto fierissimo del suo KICK-ASS KIMCHI esibito in barattoli formato famiglia, che accompagna con un maialino char sui style, una festa di coriandolo e di semi di sesamo piccanti pure loro. Jacobsen propone con larghezza una Nordic Jam fatta con orzo danese e norvegese e arricchita da mirtilli rossi svedesi. Vedi come ‘sti sorsi scandinavi stringano cordialmente la mano ai sapori dei quattro continenti.

— Photo: Rasmus Flindt Pedersen, (+45) 41604460, rasmus@flindtpedersen.com, www.flindtpedersen.com —

E siccome il direttore dice chiaro e tondo che questo è il programma più internazionale di sempre, vi riassumiamo con una vertiginosa carrellata chi è passato e chi passerà al CC&FF:

Anna Sophie Pic (Maison Pic ***, Francia), Dominique Creen (Atelier Cren **, USA), Hideaki Sato (Ta Vie **, Hong Kong), Esben Holmboe Bang, (Maaemo ***, Norvegia), Danny Bowien (Mission Chinese Food, USA), Jock Zonfrillo (Orana, Australia), Sean Brock (McCrady’s e Husk, USA). Strizza quindi ancora l’occhio Mr. Stine Lock The President, sottolineando come questi top chefs siano là mica perché dopo il ferragosto l’agenda aveva un buco, molto più perché CPH rappresenta l’eldorado dell’innovazione, dello stupore e del confronto in cucina, o più generalmente attorno al cibo. E vuoi quindi che quelli che giocano in casa siano andati via? Rasmus Kofoed, Christian F. Puglisi, Adam Aamann, Claus Meyer e Matt Orlando (ma quanti ne stiamo scordando) sono tutti lì, maniche sollevate e mani in pasta.

No joke. Sono più di 100 eventi in meno di 10 giorni. Eventi validi, soprattutto.

Trovata la North Face?

www.copenhagencooking.com

 

[1] Lo ha detto e ripetuto come si chiamava quel fungo, il povero Henrik, spelling incluso. Niente. A metà strada tra porcino e cardoncello.

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LA CUCINA NORDICA SBARCA A MOSCA: MØS

Testo di Gualtiero Spotti

Foto di MØS

Anche in una città lontana dal centro dell’Europa come Mosca, il mondo della cucina ha finalmente dato una sterzata importante, soprattutto nell’ultimo biennio. Adesso si avverte una maggiore attenzione da parte della clientela, una capacità imprenditoriale che va oltre la semplice ostentazione del bello o la necessità di soddisfare solo i nuovi ricchi. Certo, i passi da compiere sono molti in una città che ha enormi potenzialità e un bacino di utenza grande almeno quanto Londra in termini di popolazione, ma si vedono i primi frutti, anche grazie a qualche nome che ha aperto la strada e creato interesse fuori dai confini nazionali. Come nel caso di Vladimir Mukhin e del suo White Rabbit e dei gemelli Berezutskiy di Twins. Ma a parte questi cuochi già blasonati, vale la pena puntare l’attenzione su uno degli indirizzi più recenti che spiega bene la nuova movida gastronomica moscovita.

Si chiama MØS ed è un locale che si definisce giustamente smart&casual per l’anima giovane, sia in cucina che in sala, ma anche per il suo spirito un po’ cosmopolita. Situato nel quartiere Chamovniki (fermata della metro Fruzenskaya), ha inaugurato due anni fa e vede in cabina di regia il cuoco Yury Aguzarov cui dà una grossa mano la sous chef Olga Stekacheva.

Fin qui tutto normale, se non fosse che l’ambito gastronomico prediletto da MØS è la cucina scandinava, o neo nordica, per una scelta di campo originale e decisamente nuova a Mosca. Ovviamente non siamo dalle parti di uno stile dove l’avanguardia o la creatività hanno spesso il sopravvento, ma è soprattutto la materia prima a giocare un ruolo importante, dalla verdura al pesce, passando magari attraverso la rappresentazione di preparazioni più classiche e comprensibili, come il classico panino aperto danese, lo Smørrebrød (da provare quello con carne di manzo e asparagi, o quello con zucca al forno e caramello salato).

In carta i nomi che saltano all’occhio sono quelli dei prodotti come l’aneto, il salmone, il granchio, i gamberetti, la trota, ma si trovano anche il porridge, le semplici bistecche alla griglia, le zuppe di yogurt, i dolci al rabarbaro o le tartare. Il tutto innaffiato da pregevoli birre estoni, anche se si può pescare diversamente in una carta dei vini con qualche nome interessante, anche italiano. La cucina del nord fa qui i suoi primi timidi passi attraverso qualche commistione e quelle inevitabili necessità di chi deve far breccia presso una clientela non semplice, abituata al piatto pieno e a corroboranti borsch o a preparazioni di carni imponenti. Si avverte qualche inevitabile tentennamento, che però è superato dal piacere di vivere l’esperienza a tavola in un ambiente completamente aperto e vivace (è un grande open space che comprende la terrazza sulla via, la sala interna, le sedie al banco per la chef’s table in un angolo della cucina e il piccolo e delizioso bar per chi vuole iniziare, oppure finire, con un cocktail). Da non perdere nel fine settimana il brunch, anche questo con delizie in chiave nordica, come le uova strapazzate con salmone affumicato, l’insalata di patate con aringhe, il merluzzo con verdure fritte, la zuppa di cavolfiore e la lingua di montone arrosto.

 

MØS

Trubetskaya, 10 – Mosca

Tel. 8 (495)697-7007

http://mosnordic.ru/

 

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DA CLAUDIO A BERGEGGI

Testo di Gualtiero Spotti

Quando si parla di ristorazione in Liguria, Da Claudio è una delle istituzioni regionali dalle quali non si può prescindere, soprattutto se si ha in testa la cucina del mare. Con alle spalle trentacinque anni di solida carriera nel borgo arroccato di Bergeggi (prima Claudio Pasquarelli, il titolare, aveva già trascorso tre lustri in una trattoria a Vado, il paese natale), il ristorante vede ora affacciarsi dietro i fornelli, la nuova generazione, nelle vesti della figlia trentatreenne Lara, che ha saputo rinnovare e rendere più attuale la proposta nel piatto.

Anche se poi nella carta figurano sempre i cavalli di battaglia e quelle preparazioni che hanno in qualche modo fatto la storia del ristorante. Come nel caso del bouquet di crostacei agli agrumi mediterranei o la zuppa di pesce sfilettato e servito nella pietra Ollare.

Poi Lara ha costruito a fianco un suo personale menu che esalta la freschezza del pesce partendo dal crudo (con le tartare di tonno e dentice) e dal ceviche di capasanta, passando attraverso la battuta di gambero di Cadice con salsa di soia e thé nero, fino al King Crab e alla Cataplana, una preparazione quest’ultima tutta portoghese (nello specifico dell’Algarve) che non è facile trovare in Italia. Una piatto gustoso e scenografico di crostacei (gambero, mazzancolla, aragostina rosa e baccalà, con l’aggiunta di verdure) e un fondo di fumetti di crostacei e pesci. Cotto per sette minuti e presentato al tavolo nella classica pentola di rame. Un percorso avvincente, che spesso è frutto di intuizioni raccolte durante le vacanze che Claudio si concede nei mesi invernali quando il ristorante è chiuso, andando a visitare quei luoghi dai quali arriva in alcuni casi la materia prima che viene utilizzata al ristorante. Dalla Norvegia (qui si mangiano le lingue di merluzzo e la trippa di baccalà) al Portogallo, appunto.

Tutto questo diventa ancor più piacevole se si pensa che il ristorante Da Claudio (che è anche albergo e residence e ad occuparsene è soprattutto l’altro figlio, Christian) gode di una terrazza e una vista unica sul golfo di Bergeggi, che la cantina raccoglie vini di gran pregio non solo italiani, che a fine pasto c’è il piacere di osservare la preparazione alla lampada di pesche fichi e albicocche (piccole produzioni locali), “scottate” con il rum e poi presentate al tavolo con un gelato di vaniglia e Porto. In una piazza non facile come quella ligure, dove la clientela di turisti stagionali ha richieste specifiche e necessità alimentari non sempre vicine a quelle degli appassionati di cucina (anche se qualche segnale positivo di risveglio c’è negli ultimi tempi), Da Claudio rimane un approdo felice e sincero per chi vuole affrontare in scioltezza i piatti del mare, vuole godere della freschezza della materia prima e trascorrere qualche ora in un luogo di assoluto relax. Magari approfittando anche dell’affabilità del titolare, cui non mancano aneddoti e storie per rendere l’esperienza al tavolo ancor più avvincente.

 

Da Claudio

Via XXV Aprile, 37

17028 Bergeggi (Sv)

Tel. 019.859750

www.hotelclaudio.it

 

 

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CHICKEN BLUES DI MASSIMO BOTTURA & CARMEN VANDENBERG

La musica ce l’abbiamo nel sangue. La musica è origini, è ricordo, è bagaglio che ci portiamo dietro dalla nascita. Cook_inc. 18 è un viaggio oltre le parole…